La pittura di Giovanni Cecchini

Il mondo di Giovanni Cecchini è fantasioso, onirico, affollato di emozioni dalle quali scaturiscono linee sinuose che si accavallano e, talvolta, si compenetrano conferendo ai quadri la vitalità e il ritmo di un “crescendo” musicale.

L’artista usa una tecnica pittorica tradizionale e decisamente figurativa; tutte le opere sono accomunate da un marcato simbolismo accentuato anche dall’uso del colore e riflettono vicende della vita reale poi rielaborate nell’immaginario del pittore.

Realtà e sogno, dunque, per l’artista convivono nel nostro mondo interiore come il Bene e il Male coesistono nella parte più intima di ciascuno di noi, pronti a scaturire dalle zone meno conosciute della nostra psiche a seconda delle situazioni, mentre la Natura è vista come una presenza partecipe qualche volta in modo positivo, altre in senso negativo, ma mai indifferente alle vicende umane.

Simonetta Ostinelli

A fine inverno

primula auricola o Orecchie d'orso

primula auricola o Orecchie d’orso

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Per me, nata e cresciuta a Como dove l’inverno è molto freddo e spesso ricco di neve, la vista di una primula nei campi ancora spruzzati di bianco, è sempre stata fonte di grande gioia perché significava l’arrivo imminente della Primavera che, col suo tepore, faceva sbocciare anche le timide violette, le pervinche e l’anemone dei boschi, fiori che ho sempre adorato; soprattutto le primule e le viole che crescevano su un prato scosceso proprio davanti alla piccola scuola di campagna di Tavernola, sotto Mognano dove abitavo, quando frequentavo la II Elementare in un’aula che ospitava alunni anche di I e di IV, come accadeva nelle piccole frazioni negli anni  ’50. La primula di cui parlo, molto diffusa nelle nostre campagne, ha fiori color giallo chiaro, foglie allungate di un bel verde brillante, non è sgargiante come quelle che si trovano nei negozi di fiori che sono frutto di svariati incroci. Tra le molte varietà oggi in commercio ce n’è una meno conosciuta e altrettanto bella: la primula  “auricola” detta anche  “orecchie d’orso” a causa della forma delle sue foglie. Nei secoli passati è stata tanto apprezzata dalle  “società dei  fioristi”, cioè appassionati coltivatori di fiori, da essere menzionata in alcuni testi di botanica del  ‘700 per avere già allora moltissime specie, più di trecento!

Molto incuriosita da questa piantina rara e non più di moda, tempo fa cominciai a cercarla con mio marito in tutte le serre della zona senza esito, finché scoprimmo l’indirizzo di un vivaio che le trattava su una rivista di giardinaggio. Raggiungere il posto indicato fu un’avventura perché era situato in aperta campagna, senza indicazioni, ma, quando arrivammo, avemmo la sorpresa maggiore: il “vivaista” era un riservato signore inglese che non aveva certo l’aspetto di un venditore e il cosiddetto vivaio era in realtà il giardino di un antico convento di campagna con una meravigliosa vista sul territorio intorno a Volterra che includeva anche la bellissima e antica Rocca Sillana e mostrava una rigogliosa  collezione di garofani vicino alla piccola, ma ombrosa, fonte presso la quale si rinfrescavano i frati nei momenti di riposo. Il gentilissimo “giardiniere” ci spiegò che aveva coltivato le  “auricola” con scarso successo dato anche il clima particolarmente secco della campagna toscana e ci regalò l’ultima sopravvissuta con l’augurio che riuscissimo a farla fiorire. La primula con le nostre amorevoli cure fiorì in Settembre mostrando le sue belle corolle color porpora dal cuore giallo-oro su un unico fusto ad ombrella. La pianta che è alta non più di 20 cm.deve essere coltivata in luoghi non assolati e riparati non perché sia poco rustica, ma perché la caratteristica polverina bianca che ha sui petali e che le conferisce  un certo magico “non so che” potrebbe essere lavata via dalla pioggia togliendole quella  particolare attrattiva che la rende unica.

Storie di Rose

La bellezza, il profumo, i colori e il portamento altero della rosa ne hanno fatto il fiore più noto, amato e studiato fin dai tempi antichi.

Plinio il Vecchio, famoso naturalista e scienziato latino, discutendo l’etimologia del termine  “Albione” usato per indicare la Gran Bretagna, riteneva che derivasse dalla gran quantità di rose bianche spontanee (“ob rosas albas”) che abbondavano nella campagna inglese.

Il fascino delle rose ha anche  ispirato ai poeti di tutti i tempi versi indimenticabili che esprimono sentimenti come amore e gioia di vivere, bellezza e trionfo della giovinezza, ma anche malinconia e dolore, rimpianto e fragilità delle cose umane: basti pensare al Petrarca delle Rime, alla famosa  Ballata delle rose di Poliziano, a Lorenzo de’Medici e, più vicini a noi, a Pascoli, Carducci e Saba; ma anche a Shakespeare  e a Byron che accenna all’usanza orientale di piantare una rosa bianca sulla tomba di chi è morto senza essersi mai sposato.

Per i Cristiani la rosa è anche il simbolo dei Santi e dei Martiri sia per il colore che per le spine che la caratterizzano: rose spuntarono dalle ceneri del rogo su cui fu arsa una santa giovane di Betlemme e sbocciarono a profusione tutt’intorno a lei, bianche e rosse nella più ricca varietà di toni. Un’altra leggenda, molto delicata, riguarda Santa Elisabetta d’Ungheria (1207- 1231) figlia del re Andrea II e sposa di Ludovico di Turingia, una delle sante più ricche di devozione del Medioevo. In un periodo storico in cui abbondavano guerre, pestilenze e miseria ella si dedicò ad alleviare le sofferenze della sua gente recandosi a curare gli ammalati di persona privandosi di cibo e vestiti per aiutare chi aveva bisogno. Il marito, che le era affezionato, non voleva che si esponesse al contagio e le aveva proibito di far visita ai suoi assistiti; ma Elisabetta, non volendo che altri rischiassero al posto suo, continuò le sue visite caritatevoli di nascosto. Un giorno, uscita per compiere la sua pia missione con il grembiule pieno di cibo, incontrò il marito e, per non dargli un dispiacere, lo tenne chiuso in modo da nasconderne il contenuto. Quando egli le chiese di aprirlo avvenne il miracolo: il cibo si trasformò in bellissime, fragranti rose e suo marito non ebbe nulla da obiettare ritenendo che le avesse colte per abbellire la sua camera. Speriamo che i poveri non abbiano sofferto del cambio!

 

Marcello Landi poeta e pittore

marcello landiOggi, 14 Agosto 2016,  ricorre il centenario della nascita di Marcello Landi, pittore e poeta cecinese, forse conosciuto da pochi appassionati, quelli che in lui hanno saputo riconoscere una modernità e un’originalità del tutto nuove nel clima di paesaggismo sfrenato che allora imperava a Livorno per la costante, marcata influenza dei Macchiaioli. Nel 2014 fu organizzata nella nostra cittadina una mostra per rendere omaggio a questo artista col patrocinio del Comune di Cecina e della Provincia di Livorno, attingendo alla collezione di Carlo Pepi, noto esperto e studioso dei pittori del ‘900 toscano con un particolare interesse per le avanguardie livornesi.  Ricordo che  feci un breve resoconto per una rivista locale che ora ripropongo seppur rivisitato e cambiato. Tra i primi quadri dipinti da Landi, anzi il primo in assoluto, è da ricordare  “Ossessione” del 1949: a quel tempo la sua sensibilità artistica fu colpita dai terribili effetti della bomba atomica e questo sarà il tema portante di tutta la sua vita. E’ nota la sua adesione al movimento EAista nato nel 1948 ( ne parlo anche nell’articolo del blog datato febb. 2014): nel manifesto erano tracciate le linee a cui doveva ispirarsi la pittura moderna in questo periodo storico  che essi definirono Era Atomica. Gli artisti soprattutto dovevano prendere atto del cambiamento avvenuto nel mondo che deve riflettersi in un modo nuovo di fare pittura e non rifugiarsi in movimenti avulsi dalla realtà come il Dadaismo o il Futurismo; l’arte, oltre ad  essere in contatto con la realtà, deve essere  anche intuitiva e sintetica, ma soprattutto  essenziale nelle forme. In  “Ossessione” predominano i rossi, le pennellate sono spesse quasi ispirate da un furore creativo a differenza di altre tele in cui usa tinte tenui, rassicuranti che, però, evidenziano la mancanza di vita: tutto è statico come in attesa del soffio vitale. Molte volte usando varie tonalità di bianco in contrasto con il nero che, come spiega lui stesso, testimonia il buio che ci sovrasta, il buio di una società ambigua e senza luce, esprime il dolore per il suo isolamento intellettuale. Qua e là, tuttavia, ci sono sprazzi di colore o angoli luminosi a significare la speranza, come scrive in una sua poesia: ” Eppure – laggiù – tu uomo – di là dal mare – della speranza – pensi soltanto – a Dio”. In questa prospettiva vanno anche considerati alcune composizioni paesaggistiche e astratte  oltre a molti dipinti a soggetto  floreale dai colori vivaci con i contorni talvolta incerti e talvolta geometrici composti quasi a formare un incastro e  la sua  sensibilità  gli farà dire: ” Quelle fiondate d’ocra e di rosso nascono da un humus che troverà, un giorno, i fiori dell’avvenire, un’alba nuova per tutti…”. Non si possono tralasciare i suoi disegni, per la maggior parte inediti fino ad allora, in cui il tratto sembra circoscrivere le sue sensazioni più intime: in tutti si avverte un senso di solitudine come se il mondo esterno lo soffocasse (ad es.quello intitolato ” Ti manca l’aria”). L’originalità assoluta e l’essenzialità del suo tratto ci portano in un mondo fantastico, metafisico, non come quello di De Chirico, ma molto più intimo perché ricorda la sua solitaria profonda malinconia. Nonostante un certo pessimismo, però, Landi non era un depresso o, meno che mai, una persona affetta da problemi mentali come testimoniano alcuni amici pittori che l’hanno conosciuto e frequentato, ma certamente è riuscito ad esprimere la complessità della sua personalità attraverso questo potente mezzo espressivo che è la pittura:  anche chi non è esperto di arte moderna intuisce subito che i suoi quadri rappresentano la trasposizione pittorica dei pensieri più profondi dell’autore, delle sue poesie e delle ansie del  che sono  in tutti noi.

Willem De Moor

Willem De Moor

IMG_20160725_160622Molti anni fa, erano i primi anni  ’80, mio padre mi fece conoscere un amico speciale, un architetto  che abitava nel castello di Querceto insieme alla moglie Silvia. Mi disse che era una persona straordinaria che aveva vissuto una vita talmente piena e varia che a un comune mortale non ne basterebbero tre e mi accinsi a conoscerlo con grande curiosità  .Ancora oggi che non c’è più ricordo vividamente le conversazioni che abbiamo avuto sull’arte e sulla vita in generale quando, un anno dopo la morte di mio padre, venne ad abitare vicino a me per un anno. La sua vita durata quasi un secolo ( ha lasciato questo mondo all’età di 97 anni) è stata molto movimentata: di nobile famiglia olandese, ma sempre vissuto in Italia a Firenze, ha viaggiato in tutto il mondo, ha subito gravi disagi a causa della II guerra Mondiale che lo obbligò a fuggire dal suo paese e si è costruito una notevole carriera come architetto. La famiglia, come ho detto, di origine olandese, ha  annoverato  una lunga serie di pittori e ritrattisti tra cui è da  ricordare Anton De Moor , noto anche come Antonio Moro o Sir Anthony Moor, nativo di Utrecht in Olanda e pittore alla  corte di Filippo II di Spagna. Evidentemente molto apprezzato tanto che un suo ritratto di gentiluomo si trova anche a Palazzo Pitti ( l’ho potuto ammirare nella sala dei ritratti).                                                                                      Un altro antenato, Karel De Moor oltre ad essere un pittore stimato in Olanda, fu chiamato alla corte del Granduca di Toscana.                                                                                        Jos De Moor, altro suo avo, fu, invece, un vice-ammiraglio della flotta olandese noto per il suo ruolo di primo piano nel cacciare gli invasori spagnoli dai Paesi Bassi e per aver portato segretamente  il Principe d’Orange ( poi William III d’Inghilterra) a capo dello stato durante la controrivoluzione  olandese del 1672. Per questo fu insignito del titolo di barone nello Zeeland.                                                                                               Il padre di Willem, Pieter de Moor fu anche lui un pittore di fama e studiò alle Accademie di Rotterdam, di Antwerp e di Firenze. A Parigi fu uno dei pochi allievi del famoso Puvis De Chavannes; come presidente della Art Society di Rotterdam, fece conoscere al grande pubblico i lavori di James Ensor, Odillon Redon e di William Degouve de Nuncques.                                                                                                       Pim  (nomignolo che si era dato da piccolo con cui amava farsi chiamare dagli amici) possedeva  molti dipinti di suo padre, molto belli, tra cui un olio su tavola raffigurante una giovane vestita di veli vicino a una fonte, all’apparenza una ninfa eterea, molto delicato, di gusto impressionista e il ritratto del figlio piccolo con i suoi grandi e vivaci occhi azzurri, i capelli biondi, le guancine rosee e la pelle chiarissima: ne era molto orgoglioso, perché, mi diceva, è molto difficile rendere su tela l’incarnato delicato di un bambino, solo pochi erano in grado di  farlo. Il padre arrivò a Firenze nel 1890 per dipingere, pur facendo parte di quel ramo della sua famiglia che si occupava della costruzione di navi e barche con molto successo. Anche Pim desiderava fare il pittore come il padre, ma si accorse presto che dipingere spesso non riesce a garantire un buon tenore di vita. Comunque il padre lo mandò a studiare in un collegio in Olanda, ma essendo ribelle di carattere ben presto litigò con un educatore che chiamò i genitori. Andò sua madre a prenderlo e, senza una parola di rimprovero, lo riportò a Firenze durante l’estate da dove scappò  per imbarcarsi su un nave mercantile  per non dover continuare a studiare. Aveva 14 anni quando se ne andò e navigò per più di 4 anni.  Quando tornò a casa aveva ormai 19 anni e volle tentare la carriera musicale studiando  il pianoforte, ma si accorse che nemmeno la musica era la sua vocazione; perciò decise di diventare architetto iscrivendosi all’ Accademia della sua città. Era l’anno 1924, in Italia si era installato il regime fascista e lui faceva parte di un gruppo di studenti contrari al regime. Purtroppo uno dei suoi amici, figlio di un professore fu ucciso e lui capì che era meglio cambiare aria e si recò in Francia con degli amici. Erano gli anni di una grande rinascita intellettuale e artistica a Parigi:  c’era stata la grande Esposizione Universale nel  1900 e il fervore artistico non era diminuito in quel lasso di tempo in cui sono balzati alla ribalta scrittori come Hemingway o pittori come  Picasso… e nei piccoli caffè giovani studenti discutevano come avrebbe dovuto essere l’Europa dopo la I Guerra Mondiale. I giovani compagni di avventura andarono ognuno per la propria strada  ma Willem ricominciò a studiare alla “Ecole Speciale d’Architecture”sotto August Perret, un professore molto rigoroso che a quel tempo era un  architetto famoso in Francia. Dopo essersi diplomato andò a lavorare come praticante nello studio di Le Corbusier ( che chiamava Le Corbù), il notissimo esponente dell’architettura moderna: fecero molti progetti insieme in tutto il mondo. Nel 1939 Pim, che si era appena sposato, decise di lasciare Parigi perché c’era il timore, peraltro fondato,di un’invasione della Germania. Non potè recarsi nemmeno in Olanda che, seppur neutrale, fu invasa dalle truppe tedesche e quindi con varie traversie, arrivò in Svezia cercando lavoro,senza trovarlo, per diverso tempo finché un amico architetto gli fece conoscere il proprietario di una fabbrica di vetro che lo assunse primo come operaio e poi come disegnatore dopo aver visto alcuni suoi lavori. Si sentiva tagliato fuori dal mondo perché la guerra era dappertutto, ma riusciva a tenersi in contatto con i suoi cari attraverso l’ambasciata olandese. Alla fine della guerra tornò a Parigi dove lo aspettavano i suoi genitori e riprese a lavorare nello studio di Le Corbusier collaborando a vari progetti internazionali. Alcuni anni dopo, nel 1950, gli fu offerto un incarico  come professore per un certo periodo di tempo al prestigioso Massachusetts Institute of Technology (M.I.T.) negli Stati Uniti d’America dove si recò visitando per la prima volta il Paese in cui poi sarebbe tornato per rimanervi sino  alla fine.L’insegnamento che doveva fornire ai laureandi era indirizzato verso un marcato tecnicismo che, per la sua formazione culturale, non lasciava spazio a un approccio umanistico che riteneva essenziale nella professione di architetto; così dopo pochi mesi decise di rassegnare le dimissioni e si adattò anche a disegnare scatole da regalo per Macy’s e Bloomingdale’s. In seguito gli fu di nuovo offerta la possibilità di insegnare alla Miami University a Oxford (Ohio), un lavoro che accettò ma che, pur trovandolo interessante e piacevolissimo, lasciò nel 1953 per andare a lavorare nello studio dell’architetto William Huntington a Long Island. Qui si trovò benissimo perché aveva mano libera nel suo lavoro, disegnò case private e perfino un Ospedale e guadagnava molto bene . Tuttavia nel 1958 ritornò a Firenze, la sua città natale, affittò un appartamento e riprese la sua vecchia vita mentre il suo matrimonio, da cui era nata l’ unica figlia Florence, era ormai finito. Fu alcuni anni dopo, nel 1969,  che incontrò la  seconda moglie Silvia Penni che lavorava per un’azienda di import-export di un vecchio amico di Pim ma, nel 1970 un’impresa italiana gli chiese di progettare un grandissimo villaggio turistico in riva al mare in India: questo e altri progetti importanti in località esotiche lo portarono in giro per il mondo. Aveva molto lavoro che lo  sottoponeva a una continua  grande pressione perciò, dopo aver passato un breve lasso di tempo in un ospedale, maturò la decisione di trovare un posto tranquillo in cui vivere e lavorare. Questo suo desiderio lo portò a Querceto, un paesino delizioso di 52 abitanti sulle colline vicino a Volterra in cui trovò la pace che cercava abitando in un’ala del Castello di proprietà dei marchesi Ginori-Lisci e vi rimase con Silvia per 12 anni; dopo venne ad abitare a Cecina  e qui lo incontrò mio padre di cui divenne molto amico.  In tutto questo periodo la sua attività ebbe un forte calo anche a causa dell’età; perciò spesso si trovava a viaggiare con la moglie per tutta l’America: andarono in Ecuador dove abitava un figlio di Silvia, in Colombia in cui viveva l’altro figlio di lei, Paolo e in Florida dove poi si stabilirono fino alla fine della sua vita terrena durata 96 anni.                                                                                                   A causa degli  anni di collaborazione  con  “Le Corbu” e per carattere era un tenace assertore del fatto che in Architettura ogni dettaglio doveva essere studiato a vantaggio dell’economia ambientale: trovava assurdo, per esempio, che le grondaie di casa finissero nella fognatura  invece che in un recipiente di raccolta da  utilizzare per le piante  e che l’acqua potabile fosse usata anche per annaffiare il giardino.  Per sua stessa ammissione aveva avuto una vita molto complicata, ma densa di soddisfazioni e di interessi (tra l’altro era console onorario dei Paesi Bassi); amavo ascoltare le sue riflessioni sempre acute e sagge sulla vita e le sue battute ironiche come quando mi vedeva piantare fiori in giardino: ” devi piantare pomodori, non  petunie che non servono a niente!” diceva ridendo. Mi sento fortunata ed onorata per averlo conosciuto ed è sempre presente nel mio cuore e nella mia mente tra le persone che non dimenticherò mai!

Gallina papessa…

Una gallina, come tutte le mattine, raspava per terra cercando piccoli insetti, vermetti e sassolini da mangiare. Ad un certo punto vide spuntare in superficie un piccolo lembo bianco: sembrava un foglietto arrotolato! “Che strano” pensò la gallina  e lo estrasse con cura dal terreno per leggere cosa  c’era scritto; per prima cosa si mise un paio di occhiali che teneva sotto l’ala sinistra e, dopo averlo srotolato, cominciò a leggere con grande attenzione: ” Gallina Papessa a Roma lessa…”, ma arrivò il gallo che, incuriosito dal suo atteggiamento, le chiese cosa stesse facendo.  ” Ho trovato questo biglietto” rispose la gallina ” e devo partire per Roma”. ” Come mai?” chiese il gallo , ” Perché è scritto qui! ”  ” Beata te! Piacerebbe anche a me vedere Roma, l’ho sempre desiderato!” ” Vediamo se c’è anche il tuo nome” disse lei e ricominciò a leggere: ” Gallina Papessa a Roma lessa – Gallo Raspante a Roma andante…” ” Allora posso venire con te!” ” Certo” rispose la gallina e uscendo dal pollaio si avviarono contenti giù per una stradina polverosa di campagna in direzione della città. Fatti un paio di chilometri incontrarono un bellissimo merlo dal becco giallo che, appollaiato sul ramo di un albero lungo la strada, li apostrofò: “Dove andate così di fretta?”  “Andiamo a Roma” ” Che bello, ma come mai?” disse il merlo ” Perché è scritto sul biglietto che ho trovato! ”  ” Posso venire anch’io?”  “Mah, vediamo se sei invitato anche tu”. La gallina inforcò gli occhiali, prese il foglio e lesse:  ” Gallina Papessa a Roma lessa – Gallo Raspante a Roma andante – Merlo prete…Sì, c’è il tuo nome, seguici”. Il merlo, tutto felice, si aggregò a loro svolazzando sulle loro teste e così andarono avanti per un bel po’  finché incontrarono un colombo che stava sulla finestrella di una casa colonica. ” Ehi voi, dove state andando?  ”  ” A Roma!” disse il merlo dandosi delle arie  “Cosa ci andate a fare? ” ” Andiamo dal Papa, c’è scritto così in questo bigliettino “. La gallina lo riprese da sotto l’ala e lesse a voce alta per farsi sentire bene: ” Gallina Papessa a Roma lessa – Gallo Raspante a Roma andante – Merlo prete – Colombo frate… Sei nominato, se vuoi puoi venire con noi così ci facciamo compagnia”   ” Certo! Vengo molto volentieri” rispose il colombo e si avviò volando insieme al merlo. Camminarono per un’altra ora poi, cominciando a sentire una certa stanchezza, decisero di riposarsi su un muretto vicino a un cespuglio senza accorgersi che dentro c’era il nido di un  Re Cacchino (lo scricciolo).  Questo, infastidito dall’inattesa invasione del suo territorio e anche un po’ curioso chiese: “Dove state andando?”. E loro: ” A Roma”  ” A Roma?? Come vorrei venire con voi! Posso?” . La gallina tirò fuori il suo foglietto e iniziò a leggere:  “Gallina Papessa a Roma lessa – Gallo Raspante a Roma andante – Merlo prete – Colombo frate – Re Cacchin della compagnia – e la volpe non ci sia.” ” Dai! Vieni con noi, sei stato invitato”. Lo scricciolo, molto contento si unì alla piccola brigata e andarono avanti fino a quando, ormai prossimi alla città, prima di una curva della strada videro una volpe che girovagava senza meta, in cerca di qualcosa da mettere nello stomaco. Si fermarono impauriti alla sua vista, ma la volpe vedendo lo strano gruppo chiese tutta interessata: ” Dove andate a quest’ora!”  e la gallina, ostentando una tranquillità che era lontana dall’avere, rispose pazientemente che erano diretti  a Roma perché erano stati invitati con un biglietto. ” Vengo anch’io con voi, vorrei tanto visitarla!” ” Purtroppo non puoi perché  non sei nella lista”  ” Non è possibile, guarda meglio, vi prego fatemi questo favore, ve ne sarò grata per sempre!”  ” Come facciamo a portarti con noi! non sei stata invitata… Comunque ti leggo l’invito così ti convincerai che è come dico”. La gallina, al solito, tirò fuori il biglietto, lo lesse e quando arrivò alla frase finale ” E la volpe non ci sia” vide con suo grande stupore che la volpe rattristata si girò e tornò indietro brontolando avvilita contro il destino che la privava di un viaggio così interessante. I cinque compagni si allontanarono in gran fretta e in men che non si dica avevano svoltato lieti di  essere scampati a una morte sicura; la volpe, invece, che dopo un po’ si  era ripresa dal dispiacere, si fermò di botto in mezzo alla strada e ” Che stupida sono stata!” esclamò dandosi una manata sulla fronte  ” che occasione ho perso! Avevo a mia disposizione un pranzo succulento: una bella gallina grassa e un galletto saporito e li ho lasciati andare via! “. Ritornò di corsa sui suoi passi per vedere se poteva raggiungerli, ma ormai erano troppo lontani e non le rimase altro da fare che rientrare nella sua tana più affamata di prima.