I Racconti della Grande Guerra : terza parte

12-Francia-Onorato--7-Verso le ore 4 crepitio di fucileria, scoppio di qualche bomba a mano per la durata di cinque minuti, poi silenzio ancora. ” Che sarà successo? ” ci domandavamo e le congetture erano già favorevoli per parte nostra. E mentre stavamo discutendo, un eliografo dell’84° compagnia, captando i primi raggi del sole appena nato del 16 Giugno, informava che la vetta della montagna era stata conquistata. Non sto qui a descrivervi la nostra gioia dopo una notte di trepidazione. Mentre facevamo i primi commenti, vedemmo discendere dalla cima del Monte Nero un drappello di soldati austriaci accompagnati da due alpini. Attendemmo che fossero giunti alla nostra altezza per conoscere i particolari di quell’impresa così brillantemente riuscita. Interrogammo gli alpini e potemmo sapere che l’84° compagnia era giunta sulla vetta ancora al buio, senza che qualcuno se ne fosse accorto. Lì si era fermata e raccolta per attendere il giorno e poi irruppe sulle posizioni nemiche, dove tutti gli Austriaci dormivano. Pochi colpi di fucile, qualche bomba, e i nemici che non vollero essere presi dovettero scappare. Solo quattordici rimasero prigionieri. Ci felicitammo mentre il drappello prendeva la via per le nostre retrovie, felici di aver contribuito, sia pure marginalmente, alla riuscita di un’audace impresa, forse la più bella di tutta la guerra. Sulla vetta, animoso comandante della squadra esploratori che precedeva la compagnia, era caduto il sottotenente Alberto Picco e con lui gli alpini Oggero e Roche. Contemporaneamente il battaglione Susa, operando sul versante nord del Monte Nero, aveva catturato un intero battaglione ungherese con il suo comandante.                                                                                                                       Giuseppe Sensi Contugi

Qui finisce il resoconto di quei due giorni stilato da mio nonno, però io vorrei aggiungere che gli alpini del 3° reggimento, che già avevano perso il loro comandante ten. colonnello Pettinati, compirono questa azione piuttosto temeraria perché consideravano loro debito d’onore sottrarre quella vetta al nemico per completare l’occupazione della dorsale.

Annunci

I Racconti della Grande Guerra : seconda parte

alpiniIl cap. Arbarello, che non si nascondeva questa difficoltà, intervenne subito: “Soltanto con una sorpresa possiamo riuscire. O va bene bene o non torna nessuno. Ho preso tutte le precauzioni possibili; ho fatto lasciare l’alpenstock, ho fatto foderare i piedi con sacchetti a terra ripieni di paglia per evitare qualsiasi rumore e sono venuto qui da te per avere un aiuto. Ho notato che si sta costruendo su queste pendici una mulattiera. Bisognerebbe che questa notte, fingendo di spingere al massimo i lavori, voi poteste fare molto fracasso, sì da coprire eventuali rumori che inavvertitamente noi potremmo fare durante la scalata”. Sentito che la proposta era stata accettata da parte nostra con entusiasmo, soggiunse: “Per il momento vado ad attestarmi sulle basse pendici del Monte; a mezzanotte precisa attacco la salita e proprio a quest’ora voi dovreste cominciare a battere i vostri attrezzi sulle rocce. Arrivederci!”. Bevemmo un bicchiere prima di lasciarlo partire, gli facemmo i più calorosi auguri e lo salutammo.  La sua compagnia sfilò al completo vicino a noi ed andò a prendere posizione. Da parte nostra furono date subito tutte le disposizioni necessarie, distribuiti gli attrezzi e raggiunto il luogo adatto da cui doveva partire il richiesto fracasso. Alla mezzanotte precisa, tutto intorno, il silenzio era completo. I nostri alpini dettero mano ai picconi e ai badili, dando inizio ad una caratteristica sinfonia. Noi ufficiali pure presenti, ma col pensiero rivolto a quei valorosi impegnati in una impresa addirittura temeraria. I nostri orecchi erano tesi per poter percepire ogni sospetto rumore che si potesse manifestare; il nostro cuore in ansia perenne. Il silenzio era sempre completo, ma ciò non poteva rassicurarci molto perché pensavamo che le vedette austriache fossero assai in alto. Così arrivammo all’una, poi alle due, infine alle tre senza che il silenzio fosse turbato se non dai colpi dei nostri soldati che picchiavano con tutta forza. Alle 3 cominciava ad albeggiare, La nostra attenzione o trepidazione si fece ancor più viva e addirittura spasmodica man mano che la luce del giorno cresceva. Alle 3,30 il cielo era abbastanza chiaro, ma sempre silenzio. Le 3,45; prossima levata del sole. Non si vedeva alcun movimento, il silenzio era sempre completo. Il nostro cuore batteva forte. ” Che sarà?” ci domandavamo. E intanto si continuava a battere.

I Racconti della Grande Guerra: prima parte

Grande Guerra fotoQuattro pali di due metri di altezza posti ai quattro angoli di un quadrato di tre metri di lato, tetto fatto di frasche rinforzabili, in caso di pioggia, con un copertone da mulo, niente alle pareti. questa una mensa ufficiali nei primi giorni di guerra. Le stoviglie erano quelle regolamentari contenute nella “cucina per sei”; tavolo: due casse di cottura una sopra l’altra; sedili: quattro casse di cottura. Ci si entrava a fatica, ma ci si entrava. La cucina era all’aperto. Questa rudimentale sistemazione era situata in un piccolo spazio piano, sul rovescio del costone del Monte Pleca alle pendici del Monte Kozliak.  La sera del 15 Giugno 1915 verso le ore venti, noi ufficiali (capitano Guido Scandolara, sottotenenti Mario Serra, Carlo Cigliana e il sottoscritto) della 37° compagnia del battaglione alpini Intra stavamo per ultimare la cena, quando vedemmo giungere, accompagnato da un nostro alpino, un capitano degli alpini. Era il capitano Arbarello che il nostro comandante non tardò a riconoscere. Gli andò incontro, lo accompagnò alla nostra mensa. Sapemmo subito che scopo della sua visita era l’azione ch’egli con la sua compagnia (84° del battaglione alpini Exilles) doveva portare a compimento nella notte seguente: la conquista della cima del Monte Nero, q.2245. A questa notizia restammo sbigottiti e non potemmo fare a meno di volgere lo sguardo alle pendici di quella cima che ci sovrastava, distante mille metri, raggiungibile solo dalla parete orientale, attraverso pendici rocciose, completamente nude, senza un cespuglio. ” Ma è un’impresa temeraria”, non potemmo fare a meno di osservare, ” pazzesca! Basta che pochi se ne accorgano perché vi respingano a forza di sassi!”

I Racconti della Grande Guerra: introduzione

pietre della memariaHo ritrovato per caso nella mia biblioteca un piccolo libro sulla Grande Guerra pubblicato nel 1966 da Storia Illustrata per i suoi lettori e composto dai racconti di avvenimenti bellici vissuti dai combattenti, attori e testimoni allo stesso tempo dei fatti che narrano. E’ un interessante e originale contributo alla conoscenza di una guerra combattuta, ormai, un secolo fa e che a quei tempi fu da molti desiderata per liberare l’Italia dal giogo austriaco al punto da essere chiamata Quarta Guerra d’Indipendenza.  In genere  si scrive la storia dando risalto ai grandi protagonisti e ai fatti più rilevanti, qui, invece, si dà voce ai protagonisti minori, a coloro che parteciparono agli assalti, che conobbero il terrore provocato dalle cannonate, che videro i  compagni morire sotto i loro occhi, che patirono la fame insieme a mille altri disagi e che vissero questi drammi senza sapere cosa stava accadendo al di fuori della loro visuale. Tra tutti quelli pubblicati vorrei condividere con chi è interessato alla storia di quegli anni, il racconto che scrisse il mio nonno materno, colonnello Giuseppe Sensi Contugi, a quel tempo venticinquenne sottotenente degli alpini, sull’operazione di conquista della vetta del Monte Nero durante la notte tra il 15 e il 16 Giugno del 1915, così particolareggiato che fa capire come certi eventi restino scolpiti nella mente di chi li vive come se fossero accaduti poco prima. Ecco ciò che ha scritto.

IRIS Simbolo di potere

stemma di Jeanne d’Arc: Dio benedicente i gigli dorati di Francia

luigi_VII_riceve_la_croce_da_san_bernardo_02I tre petali del  “fleur-de-lys”  rappresentano fede, saggezza, valore oltre a speranza e potere, perciò l’iris  fu un emblema molto importante ma non solo regale:  ad esempio, S.Luigi ( Luigi IX di Francia) lo concesse agli Chateaubriand col motto: ” Il mio sangue colora le insegne della Francia”  e sul sigillo di John Mundegumri, circa nel 1175, c’è un singolo fiore adottato anche dai suoi discendenti, i Montgomery. Carlo V  inserì nel suo stemma tre  “fleurs-de-lys” per simboleggiare la Santa Trinità e la sua convinta fede cristiana; a Rouen, sulla statua di Giovanna d’Arco fu scolpita l’iris e un’iscrizione latina che dice: “Regia virgineo defenditur ense corona / lilea virgineo tuta sub ense nitent” ( la spada della vergine protegge la corona / sotto la spada della vergine i gigli possono fiorire). Il giglio di Francia appare anche sulle insegne dei Medici, tanto che l’iris è chiamata anche giglio di Firenze, forse perché, nella sua varietà bianca, cresceva abbondante  nelle vicinanze della città. L’iris apparve nello stemma inglese insieme ai leoni quando, nel 1275, Edmund di Lancaster, secondo figlio di Enrico III, sposò Blanche d’Artois, vedova di Enrico II di Navarra e Champagne e d’altro canto Edoardo III che iniziò la Guerra dei Cento Anni, e conquistò Calais reclamando il trono di Francia,  inserì nell’antico stemma francese i leoni d’Inghilterra. Il fiore  fu a lungo il simbolo della nazione da quando Luigi VII (nel dipinto insieme ad Eleonora d’Aquitania, mentre riceve la croce da S.Bernardo di Chiaravalle) prima della seconda Crociata, lo fece incidere sulle sue monete e sigilli (precedentemente, come simboli della Francia, erano rappresentati in modo vario rane, punte di spada, api, fiori di giglio) ed appartenne a tutti i rami della famiglia dei Borbone; divenne addirittura ornamento dell’asta del compasso inventato al tempo in cui Carlo D’Angiò  regnava in Sicilia. Invece nei primi anni dell’ ‘800 l’iris scomparve dalle insegne francesi soppiantato dalla violetta che adornò il capo della bella Imperatrice Eugenia il giorno delle sue nozze e che divenne, poi, l’emblema dei Bonapartisti quando Napoleone fu esiliato all’Elba: per i suoi sostenitori, come la violetta fiorisce ogni primavera, anch’egli sarebbe tornato presto dall’esilio. Tuttavia, per un imprevedibile rivolgimento nei destini di Francia, anche la viola, come l’iris ormai scomparsa, fu messa in disparte dai papaveri della nuova Repubblica; non solo, nel 1852 un editto vietava di riprodurre su anelli, braccialetti e stoffe qualsiasi immagine di iris,e più tardi, nel 1875 un altro editto vietava la rappresentazione di violette e api, simboli del bonapartismo, oltre alla circolazione di fotografie del Principe Imperiale per lasciar posto alla nuova bandiera della Repubblica: il tricolore blu, bianco e rosso.

IRIS o Fleurs-de-Lys ?

80px-Oriflamme117px-Arms_of_the_Kingdom_of_France_(Ancien).svgE’ una tra le più belle piante da fiore per il giardino che offre varietà molto differenti tra loro per dimensioni, forme e colori: anche Van Gogh la scelse come soggetto del suo famoso quadro dipinto nel maggio 1889 che rappresenta un giardino in cui un gruppo di iris blu sembra sopraffare un’unica iris bianca che, in disparte e isolata, cerca di mantenersi diritta. Apprezzata e coltivata fin dall’antichità, l’iris ha raggiunto ampia notorietà nella Francia medievale: in un primo periodo la bandiera nazionale presentava una croce bianca al centro di un campo blu disseminato di  “fleurs-de-lys” (come veniva chiamata l’iris) ed era portata dietro la sacra Orifiamma, lo stendardo rosso di St.Denis, primo vescovo di Lutezia ( l’odierna Parigi), decapitato nel 270 circa a Montmartre. Secondo la leggenda, egli stesso portò la propria testa a S.Denis dove fu edificata a suo ricordo una cappella poi sostituita da un edificio carolingio e, in seguito, dalla basilica voluta dall’abate Suger e consacrata nel 1144. Oltre al santo patrono di Parigi, ebbe l’onore di ricevere il  “giglio” celestiale anche St.Clovis, ossia Clodoveo I (Tournai 466 circa- Parigi 511) re dei Franchi e nipote di Meroveo. Egli, appena quindicenne, ereditò dal padre Childerico un piccolo regno che estese con la diplomazia e con la forza, sconfiggendo, tra gli altri, Siagro, ultimo rappresentante dell’autorità romana in Gallia. Alleatosi con la Santa Sede, sconfisse gli Alamanni  (di dottrina ariana) a Tolbiac nel 496 diventando, così’ sostenitore e difensore della Chiesa; perciò, anche per l’opera di persuasione della moglie Clotilde che era cristiana, si fece battezzare a Reims insieme a migliaia dei suoi il giorno di Natale del 498 dal vescovo Remigio. Secondo la tradizione, fu sul campo di Tolbiac che Clodoveo fu convertito, vinse la guerra e ricevette il fiore dal cielo (si dice da un Angelo) mentre i suoi soldati vittoriosi dopo gli scontri, si sarebbero incoronati il capo con iris trovate vicino al campo di battaglia, probabilmente i fiori dell’iris gialla, colore che ricorda la preziosità dell’oro. Qualche anno fa, visitando il Corridoio Vasariano a Firenze si poteva ammirare, nella prima parte, un ritratto ad altezza quasi naturale di Clodoveo I rappresentato  con uno sfarzoso manto regale blu disseminato di Iris dorate, a simboleggiare la sua raggiunta potenza. Altri riferimenti si trovano sulle corone di molti re Carolingi che erano sormontate da iris, mentre sullo scettro era inciso un giglio bianco. La bandiera di Carlo Magno era blu con sei rose rosse, ma quando papa Leone III ricevette il re con molta cerimonia, chiamandolo difensore della Chiesa di San Pietro, gli consegnò il vessillo blu cosparso di  “fleurs-de-lys” e poiché gli era stato donato dal Papa, qualcuno affermò che gli era venuto dal cielo come era accaduto a Clodoveo I. La denominazione francese del fiore ha un  significato controverso:  secondo alcuni deriverebbe da Loys che era il modo in cui i primi dodici Louis ( abbreviazione del nome Clodoveo in lingua franca, come Ludovico) di Francia scrivevano il loro nome, poi contratto in Lys. Secondo Dante ed altri, poiché il fiore cresceva sulle rive della Lis che separava Francia e Artois dalle Fiandre, ne prese il nome; per altri ancora significa semplicemente fiore di giglio, termine improprio dato che gigli ed iris sono piante molto diverse e che la forma tramandata del  fleur-de-lys  ricalca senza dubbio quella dell’iris.