Rivarossi – un’industria storica italiana

https://www.youtube.com/watch?v=tSyVsiUP1XI   Stranamente non è stato fatto il nome di mio padre Luciano Ostinelli che ha fondato la ditta insieme ad Alessandro Rossi di cui era stato compagno di scuola al liceo classico di Como. Poi  mio padre dopo aver frequentato l’ Accademia aeronautica a Caserta divenne un pilota militare e alla fine della guerra ha lasciato la carriera a causa della terribile avventura che ho già descritto sul blog. Durante gli anni del liceo entrambi si divertivano a creare modellini di vario tipo e li collaudavano con gli amici organizzando delle gare; ricordando questa passione comune e sapendo che mio padre aveva fatto studi di ingegneria, Rossi gli chiese di far parte del suo progetto; infatti lo nominò manager generale della Rivarossi, di cui fu anche socio, incarico che ricoprì per molti anni occupandosi in particolare del settore acquisti e dei fornitori, poi vice-presidente  fino all’età della pensione. Ricordo molto bene quel modellino di Seicento nominato dal giornalista perché ne mangiai la riproduzione di cioccolata, oppure quando, non soddisfatto della realizzazione di un motore, riuscì ad ottenerne uno con i requisiti che servivano al buon funzionamento della locomotiva e tante altri piccoli episodi che testimoniavano l’ attaccamento alla “sua creatura”. Dico così perché ho sempre considerato la Rivarossi un’altra sorella, per la verità un po’ ingombrante. Vorrei ringraziare il sig. Civelli che, in un’intervista ha ricordato con tanta gentilezza mio padre e sarebbe interessante sentire qualche altra testimonianza dei “vecchi” impiegati. In ogni caso è un ottimo servizio, ricco di particolari e ben fatto.

UN’ AVVENTURA MIRACOLOSA IN MARE

Macchi c. 205 VeltroIl mare ci appare, talvolta, placido sfondo su cui si stagliano incantevoli paesaggi oppure una forza inarrestabile e rabbiosa; altre volte, invece, è il silenzioso testimone di riflessioni intime o, peggio,  teatro di eventi drammatici che ogni tanto, però, hanno un lieto fine per i protagonisti e questo è ciò che è  accaduto a un pilota di Caccia durante la II Guerra Mondiale, mio padre.

Il tenente pilota Luciano Ostinelli del 51° Stormo Caccia, nel 1943, all’età di 22 anni, viene mandato in Sardegna a Casa Zeppera, nel Campidano, in forza alla 351° Squadriglia Caccia dove quasi ogni giorno arrivano sul campo una trentina di ” Curtiss P 40″ americani a mitragliare e bombardare. Forse gli alleati ritengono che ci siano molti aerei, ma in realtà ci sono solo pochi Macchi 202 e un Macchi 205 C. Veltro, il più moderno caccia italiano di quei tempi. L’ 8 Settembre 1943, insieme al suo capo squadriglia  Cap. Zapponi, è inviato in volo di ricognizione verso l’Algeria per riferire al comando circa le forze alleate che convergono sulle coste nordafricane e perciò devono volare su Cagliari, l’ Isola dei Cani, Biserta in Algeria, isola di La Galite e poi di nuovo a Cagliari. Partono alle 17,55 , ma, arrivati in prossimità dell’obbiettivo, il motore del Macchi C. 205 Veltro del Ten. Ostinelli  cala di potenza a causa della perdita di Glicol, il liquido di raffreddamento. Per non cadere prigioniero degli Inglesi che occupavano la zona e non sapendo che in quelle ore si firmava l’armistizio, invece di tentare un atterraggio in planata sull’Algeria, torna indietro verso la Sardegna e, mentre l’aereo precipita in picchiata, si lancia in mare col paracadute. Tagliati tutti i lacci e riemerso dall’acqua  (per fortuna era un ottimo nuotatore), riesce a gonfiare il battello di salvataggio lungo 80 cm. e largo 40 su cui non c’erano né viveri né acqua, ma solo razzi di segnalazione oltre al fosforo da gettare in mare per lasciare una scia visibile dall’alto.Mentre compie queste operazioni, il Cap. Zapponi scende di quota per rassicurarlo (non esistevano radio sugli aerei italiani a quei tempi), ma non riesce a controllare il suo aereo per cause tuttora ignote, e, dopo aver sfiorato con l’ala la superficie dell’acqua, si inabissa davanti a lui incredulo.Per ben 5 notti e 5 giorni va alla deriva con sentimenti alterni di speranza e di disperazione sforzandosi, però,  in ogni modo di raggiungere la costa sarda. Di giorno nuota tenendo il battellino legato alla vita e, quando non ne può più, ci risale e con la  maglietta  fissata su un remo a mo’ di vela, cerca di farsi portare dal vento, ma le onde inesorabili lo ributtano indietro in alto mare. Il 13 Settembre, esausto, finalmente arriva a Cala Regina, una cala della costa sarda circondata da un’alta scogliera, ma capisce subito che non si sarebbe mai potuto arrampicare fino in cima per cercare aiuto; rassegnato ormai al peggio, viene scorto per caso, dall’alto, da due marinai che stavano per abbandonare quel punto di avvistamento  a causa della fine delle ostilità. Lo aiutano a salire su per quell’erta scoscesa, lo portano nella loro tenda al campo e gli offrono un piatto di pastasciutta che, per  fortuna, rifiuta e poi… da quel momento non ricorda più niente perché sviene. Soltanto alcuni giorni dopo, all’ospedale, si accorge che quei due angeli vestiti da marinai gli hanno lasciato nella tasca dei pantaloni un commovente biglietto in cui gli chiedono di avere notizie della sua salute con l’ ansia affettuosa  di chi ha salvato un giovane come loro da  morte certa sapendo che con il loro gesto hanno risparmiato un immenso dolore a una madre; quel  biglietto è stato sempre tenuto con affetto e  gratitudine da mio padre e  continua ad essere conservato nella nostra famiglia come il ricordo prezioso di un’avventura fuori dal comune, miracolosa.

P.S. All’ospedale fu ricoverato per  “eritema solare”, un eufemismo dato che aveva tutta la testa piagata dal sole e dalle ascelle gli pendevano brandelli di pelle e di carne. Tuttavia ha sempre affermato che il dolore più grande è stato la morte di Zapponi per il quale ha sempre nutrito grande ammirazione e stima: ” una delle persone più intelligenti, più spiritose, più colte e fini che abbia mai conosciuto, anima del nostro Gruppo e autore delle nostre più belle canzoni” . Queste parole sono tratte dal racconto scritto di suo pugno, quasi un testamento spirituale che per noi tutti è anche  monito a non arrendersi mai di fronte alle difficoltà, un anno prima della sua morte avvenuta il 7 Gennaio 1989.                                                                Sento il dovere di ricordare che il 51° stormo caccia di stanza a Casa Zeppera, in quei giorni convulsi, aveva come emblema un gatto che cattura, balzando loro addosso, tre sorci verdi  ( v. Wikipedia). Nel sito dello stormo non è menzionata l’azione eroica che compì mio padre l’8 Settembre 1943 insieme al suo comandante che, oltretutto,  determinò il conferimento della medaglia d’oro al Cap. Zapponi. Purtroppo  il riconoscimento del valore di mio padre  si trova, in tempi più recenti  quando lui ormai non c’era più, in libri che parlano dell’Aeronautica militare durante la II Guerra Mondiale, e non solo, come:   ” I disperati” di Gianni Rocca, ed. Oscar Mondadori, pag. 295 e  ” Pantere” di G. Bussi ed  E. Ranucci, Everprint, Carugate (Mi), pagg.127 – 130. Il sito ufficiale dovrebbe, a mio parere, colmare questa lacuna, forse piccola, ma importante per la completezza della storia di quel periodo e per rendere onore a chi si è prodigato per la Patria mettendo in pericolo o addirittura perdendo la propria vita.

Il racconto scritto  da mio padre è stato pubblicato in versione integrale anche sul sito di un parente, Jacopo Inghirami, col titolo originale:  ” 8……13 Settembre 1943 “.