Willem De Moor

Willem De Moor

IMG_20160725_160622Molti anni fa, erano i primi anni  ’80, mio padre mi fece conoscere un amico speciale, un architetto  che abitava nel castello di Querceto insieme alla moglie Silvia. Mi disse che era una persona straordinaria che aveva vissuto una vita talmente piena e varia che a un comune mortale non ne basterebbero tre e mi accinsi a conoscerlo con grande curiosità  .Ancora oggi che non c’è più ricordo vividamente le conversazioni che abbiamo avuto sull’arte e sulla vita in generale quando, un anno dopo la morte di mio padre, venne ad abitare vicino a me per un anno. La sua vita durata quasi un secolo ( ha lasciato questo mondo all’età di 97 anni) è stata molto movimentata: di nobile famiglia olandese, ma sempre vissuto in Italia a Firenze, ha viaggiato in tutto il mondo, ha subito gravi disagi a causa della II guerra Mondiale che lo obbligò a fuggire dal suo paese e si è costruito una notevole carriera come architetto. La famiglia, come ho detto, di origine olandese, ha  annoverato  una lunga serie di pittori e ritrattisti tra cui è da  ricordare Anton De Moor , noto anche come Antonio Moro o Sir Anthony Moor, nativo di Utrecht in Olanda e pittore alla  corte di Filippo II di Spagna. Evidentemente molto apprezzato tanto che un suo ritratto di gentiluomo si trova anche a Palazzo Pitti ( l’ho potuto ammirare nella sala dei ritratti).                                                                                      Un altro antenato, Karel De Moor oltre ad essere un pittore stimato in Olanda, fu chiamato alla corte del Granduca di Toscana.                                                                                        Jos De Moor, altro suo avo, fu, invece, un vice-ammiraglio della flotta olandese noto per il suo ruolo di primo piano nel cacciare gli invasori spagnoli dai Paesi Bassi e per aver portato segretamente  il Principe d’Orange ( poi William III d’Inghilterra) a capo dello stato durante la controrivoluzione  olandese del 1672. Per questo fu insignito del titolo di barone nello Zeeland.                                                                                               Il padre di Willem, Pieter de Moor fu anche lui un pittore di fama e studiò alle Accademie di Rotterdam, di Antwerp e di Firenze. A Parigi fu uno dei pochi allievi del famoso Puvis De Chavannes; come presidente della Art Society di Rotterdam, fece conoscere al grande pubblico i lavori di James Ensor, Odillon Redon e di William Degouve de Nuncques.                                                                                                       Pim  (nomignolo che si era dato da piccolo con cui amava farsi chiamare dagli amici) possedeva  molti dipinti di suo padre, molto belli, tra cui un olio su tavola raffigurante una giovane vestita di veli vicino a una fonte, all’apparenza una ninfa eterea, molto delicato, di gusto impressionista e il ritratto del figlio piccolo con i suoi grandi e vivaci occhi azzurri, i capelli biondi, le guancine rosee e la pelle chiarissima: ne era molto orgoglioso, perché, mi diceva, è molto difficile rendere su tela l’incarnato delicato di un bambino, solo pochi erano in grado di  farlo. Il padre arrivò a Firenze nel 1890 per dipingere, pur facendo parte di quel ramo della sua famiglia che si occupava della costruzione di navi e barche con molto successo. Anche Pim desiderava fare il pittore come il padre, ma si accorse presto che dipingere spesso non riesce a garantire un buon tenore di vita. Comunque il padre lo mandò a studiare in un collegio in Olanda, ma essendo ribelle di carattere ben presto litigò con un educatore che chiamò i genitori. Andò sua madre a prenderlo e, senza una parola di rimprovero, lo riportò a Firenze durante l’estate da dove scappò  per imbarcarsi su un nave mercantile  per non dover continuare a studiare. Aveva 14 anni quando se ne andò e navigò per più di 4 anni.  Quando tornò a casa aveva ormai 19 anni e volle tentare la carriera musicale studiando  il pianoforte, ma si accorse che nemmeno la musica era la sua vocazione; perciò decise di diventare architetto iscrivendosi all’ Accademia della sua città. Era l’anno 1924, in Italia si era installato il regime fascista e lui faceva parte di un gruppo di studenti contrari al regime. Purtroppo uno dei suoi amici, figlio di un professore fu ucciso e lui capì che era meglio cambiare aria e si recò in Francia con degli amici. Erano gli anni di una grande rinascita intellettuale e artistica a Parigi:  c’era stata la grande Esposizione Universale nel  1900 e il fervore artistico non era diminuito in quel lasso di tempo in cui sono balzati alla ribalta scrittori come Hemingway o pittori come  Picasso… e nei piccoli caffè giovani studenti discutevano come avrebbe dovuto essere l’Europa dopo la I Guerra Mondiale. I giovani compagni di avventura andarono ognuno per la propria strada  ma Willem ricominciò a studiare alla “Ecole Speciale d’Architecture”sotto August Perret, un professore molto rigoroso che a quel tempo era un  architetto famoso in Francia. Dopo essersi diplomato andò a lavorare come praticante nello studio di Le Corbusier ( che chiamava Le Corbù), il notissimo esponente dell’architettura moderna: fecero molti progetti insieme in tutto il mondo. Nel 1939 Pim, che si era appena sposato, decise di lasciare Parigi perché c’era il timore, peraltro fondato,di un’invasione della Germania. Non potè recarsi nemmeno in Olanda che, seppur neutrale, fu invasa dalle truppe tedesche e quindi con varie traversie, arrivò in Svezia cercando lavoro,senza trovarlo, per diverso tempo finché un amico architetto gli fece conoscere il proprietario di una fabbrica di vetro che lo assunse primo come operaio e poi come disegnatore dopo aver visto alcuni suoi lavori. Si sentiva tagliato fuori dal mondo perché la guerra era dappertutto, ma riusciva a tenersi in contatto con i suoi cari attraverso l’ambasciata olandese. Alla fine della guerra tornò a Parigi dove lo aspettavano i suoi genitori e riprese a lavorare nello studio di Le Corbusier collaborando a vari progetti internazionali. Alcuni anni dopo, nel 1950, gli fu offerto un incarico  come professore per un certo periodo di tempo al prestigioso Massachusetts Institute of Technology (M.I.T.) negli Stati Uniti d’America dove si recò visitando per la prima volta il Paese in cui poi sarebbe tornato per rimanervi sino  alla fine.L’insegnamento che doveva fornire ai laureandi era indirizzato verso un marcato tecnicismo che, per la sua formazione culturale, non lasciava spazio a un approccio umanistico che riteneva essenziale nella professione di architetto; così dopo pochi mesi decise di rassegnare le dimissioni e si adattò anche a disegnare scatole da regalo per Macy’s e Bloomingdale’s. In seguito gli fu di nuovo offerta la possibilità di insegnare alla Miami University a Oxford (Ohio), un lavoro che accettò ma che, pur trovandolo interessante e piacevolissimo, lasciò nel 1953 per andare a lavorare nello studio dell’architetto William Huntington a Long Island. Qui si trovò benissimo perché aveva mano libera nel suo lavoro, disegnò case private e perfino un Ospedale e guadagnava molto bene . Tuttavia nel 1958 ritornò a Firenze, la sua città natale, affittò un appartamento e riprese la sua vecchia vita mentre il suo matrimonio, da cui era nata l’ unica figlia Florence, era ormai finito. Fu alcuni anni dopo, nel 1969,  che incontrò la  seconda moglie Silvia Penni che lavorava per un’azienda di import-export di un vecchio amico di Pim ma, nel 1970 un’impresa italiana gli chiese di progettare un grandissimo villaggio turistico in riva al mare in India: questo e altri progetti importanti in località esotiche lo portarono in giro per il mondo. Aveva molto lavoro che lo  sottoponeva a una continua  grande pressione perciò, dopo aver passato un breve lasso di tempo in un ospedale, maturò la decisione di trovare un posto tranquillo in cui vivere e lavorare. Questo suo desiderio lo portò a Querceto, un paesino delizioso di 52 abitanti sulle colline vicino a Volterra in cui trovò la pace che cercava abitando in un’ala del Castello di proprietà dei marchesi Ginori-Lisci e vi rimase con Silvia per 12 anni; dopo venne ad abitare a Cecina  e qui lo incontrò mio padre di cui divenne molto amico.  In tutto questo periodo la sua attività ebbe un forte calo anche a causa dell’età; perciò spesso si trovava a viaggiare con la moglie per tutta l’America: andarono in Ecuador dove abitava un figlio di Silvia, in Colombia in cui viveva l’altro figlio di lei, Paolo e in Florida dove poi si stabilirono fino alla fine della sua vita terrena durata 96 anni.                                                                                                   A causa degli  anni di collaborazione  con  “Le Corbu” e per carattere era un tenace assertore del fatto che in Architettura ogni dettaglio doveva essere studiato a vantaggio dell’economia ambientale: trovava assurdo, per esempio, che le grondaie di casa finissero nella fognatura  invece che in un recipiente di raccolta da  utilizzare per le piante  e che l’acqua potabile fosse usata anche per annaffiare il giardino.  Per sua stessa ammissione aveva avuto una vita molto complicata, ma densa di soddisfazioni e di interessi (tra l’altro era console onorario dei Paesi Bassi); amavo ascoltare le sue riflessioni sempre acute e sagge sulla vita e le sue battute ironiche come quando mi vedeva piantare fiori in giardino: ” devi piantare pomodori, non  petunie che non servono a niente!” diceva ridendo. Mi sento fortunata ed onorata per averlo conosciuto ed è sempre presente nel mio cuore e nella mia mente tra le persone che non dimenticherò mai!

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