A fine inverno

primula auricola o Orecchie d'orso

primula auricola o Orecchie d’orso

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Per me, nata e cresciuta a Como dove l’inverno è molto freddo e spesso ricco di neve, la vista di una primula nei campi ancora spruzzati di bianco, è sempre stata fonte di grande gioia perché significava l’arrivo imminente della Primavera che, col suo tepore, faceva sbocciare anche le timide violette, le pervinche e l’anemone dei boschi, fiori che ho sempre adorato; soprattutto le primule e le viole che crescevano su un prato scosceso proprio davanti alla piccola scuola di campagna di Tavernola, sotto Mognano dove abitavo, quando frequentavo la II Elementare in un’aula che ospitava alunni anche di I e di IV, come accadeva nelle piccole frazioni negli anni  ’50. La primula di cui parlo, molto diffusa nelle nostre campagne, ha fiori color giallo chiaro, foglie allungate di un bel verde brillante, non è sgargiante come quelle che si trovano nei negozi di fiori che sono frutto di svariati incroci. Tra le molte varietà oggi in commercio ce n’è una meno conosciuta e altrettanto bella: la primula  “auricola” detta anche  “orecchie d’orso” a causa della forma delle sue foglie. Nei secoli passati è stata tanto apprezzata dalle  “società dei  fioristi”, cioè appassionati coltivatori di fiori, da essere menzionata in alcuni testi di botanica del  ‘700 per avere già allora moltissime specie, più di trecento!

Molto incuriosita da questa piantina rara e non più di moda, tempo fa cominciai a cercarla con mio marito in tutte le serre della zona senza esito, finché scoprimmo l’indirizzo di un vivaio che le trattava su una rivista di giardinaggio. Raggiungere il posto indicato fu un’avventura perché era situato in aperta campagna, senza indicazioni, ma, quando arrivammo, avemmo la sorpresa maggiore: il “vivaista” era un riservato signore inglese che non aveva certo l’aspetto di un venditore e il cosiddetto vivaio era in realtà il giardino di un antico convento di campagna con una meravigliosa vista sul territorio intorno a Volterra che includeva anche la bellissima e antica Rocca Sillana e mostrava una rigogliosa  collezione di garofani vicino alla piccola, ma ombrosa, fonte presso la quale si rinfrescavano i frati nei momenti di riposo. Il gentilissimo “giardiniere” ci spiegò che aveva coltivato le  “auricola” con scarso successo dato anche il clima particolarmente secco della campagna toscana e ci regalò l’ultima sopravvissuta con l’augurio che riuscissimo a farla fiorire. La primula con le nostre amorevoli cure fiorì in Settembre mostrando le sue belle corolle color porpora dal cuore giallo-oro su un unico fusto ad ombrella. La pianta che è alta non più di 20 cm.deve essere coltivata in luoghi non assolati e riparati non perché sia poco rustica, ma perché la caratteristica polverina bianca che ha sui petali e che le conferisce  un certo magico “non so che” potrebbe essere lavata via dalla pioggia togliendole quella  particolare attrattiva che la rende unica.

Storie di Rose

La bellezza, il profumo, i colori e il portamento altero della rosa ne hanno fatto il fiore più noto, amato e studiato fin dai tempi antichi.

Plinio il Vecchio, famoso naturalista e scienziato latino, discutendo l’etimologia del termine  “Albione” usato per indicare la Gran Bretagna, riteneva che derivasse dalla gran quantità di rose bianche spontanee (“ob rosas albas”) che abbondavano nella campagna inglese.

Il fascino delle rose ha anche  ispirato ai poeti di tutti i tempi versi indimenticabili che esprimono sentimenti come amore e gioia di vivere, bellezza e trionfo della giovinezza, ma anche malinconia e dolore, rimpianto e fragilità delle cose umane: basti pensare al Petrarca delle Rime, alla famosa  Ballata delle rose di Poliziano, a Lorenzo de’Medici e, più vicini a noi, a Pascoli, Carducci e Saba; ma anche a Shakespeare  e a Byron che accenna all’usanza orientale di piantare una rosa bianca sulla tomba di chi è morto senza essersi mai sposato.

Per i Cristiani la rosa è anche il simbolo dei Santi e dei Martiri sia per il colore che per le spine che la caratterizzano: rose spuntarono dalle ceneri del rogo su cui fu arsa una santa giovane di Betlemme e sbocciarono a profusione tutt’intorno a lei, bianche e rosse nella più ricca varietà di toni. Un’altra leggenda, molto delicata, riguarda Santa Elisabetta d’Ungheria (1207- 1231) figlia del re Andrea II e sposa di Ludovico di Turingia, una delle sante più ricche di devozione del Medioevo. In un periodo storico in cui abbondavano guerre, pestilenze e miseria ella si dedicò ad alleviare le sofferenze della sua gente recandosi a curare gli ammalati di persona privandosi di cibo e vestiti per aiutare chi aveva bisogno. Il marito, che le era affezionato, non voleva che si esponesse al contagio e le aveva proibito di far visita ai suoi assistiti; ma Elisabetta, non volendo che altri rischiassero al posto suo, continuò le sue visite caritatevoli di nascosto. Un giorno, uscita per compiere la sua pia missione con il grembiule pieno di cibo, incontrò il marito e, per non dargli un dispiacere, lo tenne chiuso in modo da nasconderne il contenuto. Quando egli le chiese di aprirlo avvenne il miracolo: il cibo si trasformò in bellissime, fragranti rose e suo marito non ebbe nulla da obiettare ritenendo che le avesse colte per abbellire la sua camera. Speriamo che i poveri non abbiano sofferto del cambio!