La pittura di Giovanni Cecchini

Il mondo di Giovanni Cecchini è fantasioso, onirico, affollato di emozioni dalle quali scaturiscono linee sinuose che si accavallano e, talvolta, si compenetrano conferendo ai quadri la vitalità e il ritmo di un “crescendo” musicale.

L’artista usa una tecnica pittorica tradizionale e decisamente figurativa; tutte le opere sono accomunate da un marcato simbolismo accentuato anche dall’uso del colore e riflettono vicende della vita reale poi rielaborate nell’immaginario del pittore.

Realtà e sogno, dunque, per l’artista convivono nel nostro mondo interiore come il Bene e il Male coesistono nella parte più intima di ciascuno di noi, pronti a scaturire dalle zone meno conosciute della nostra psiche a seconda delle situazioni, mentre la Natura è vista come una presenza partecipe qualche volta in modo positivo, altre in senso negativo, ma mai indifferente alle vicende umane.

Simonetta Ostinelli

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Marcello Landi poeta e pittore

marcello landiOggi, 14 Agosto 2016,  ricorre il centenario della nascita di Marcello Landi, pittore e poeta cecinese, forse conosciuto da pochi appassionati, quelli che in lui hanno saputo riconoscere una modernità e un’originalità del tutto nuove nel clima di paesaggismo sfrenato che allora imperava a Livorno per la costante, marcata influenza dei Macchiaioli. Nel 2014 fu organizzata nella nostra cittadina una mostra per rendere omaggio a questo artista col patrocinio del Comune di Cecina e della Provincia di Livorno, attingendo alla collezione di Carlo Pepi, noto esperto e studioso dei pittori del ‘900 toscano con un particolare interesse per le avanguardie livornesi.  Ricordo che  feci un breve resoconto per una rivista locale che ora ripropongo seppur rivisitato e cambiato. Tra i primi quadri dipinti da Landi, anzi il primo in assoluto, è da ricordare  “Ossessione” del 1949: a quel tempo la sua sensibilità artistica fu colpita dai terribili effetti della bomba atomica e questo sarà il tema portante di tutta la sua vita. E’ nota la sua adesione al movimento EAista nato nel 1948 ( ne parlo anche nell’articolo del blog datato febb. 2014): nel manifesto erano tracciate le linee a cui doveva ispirarsi la pittura moderna in questo periodo storico  che essi definirono Era Atomica. Gli artisti soprattutto dovevano prendere atto del cambiamento avvenuto nel mondo che deve riflettersi in un modo nuovo di fare pittura e non rifugiarsi in movimenti avulsi dalla realtà come il Dadaismo o il Futurismo; l’arte, oltre ad  essere in contatto con la realtà, deve essere  anche intuitiva e sintetica, ma soprattutto  essenziale nelle forme. In  “Ossessione” predominano i rossi, le pennellate sono spesse quasi ispirate da un furore creativo a differenza di altre tele in cui usa tinte tenui, rassicuranti che, però, evidenziano la mancanza di vita: tutto è statico come in attesa del soffio vitale. Molte volte usando varie tonalità di bianco in contrasto con il nero che, come spiega lui stesso, testimonia il buio che ci sovrasta, il buio di una società ambigua e senza luce, esprime il dolore per il suo isolamento intellettuale. Qua e là, tuttavia, ci sono sprazzi di colore o angoli luminosi a significare la speranza, come scrive in una sua poesia: ” Eppure – laggiù – tu uomo – di là dal mare – della speranza – pensi soltanto – a Dio”. In questa prospettiva vanno anche considerati alcune composizioni paesaggistiche e astratte  oltre a molti dipinti a soggetto  floreale dai colori vivaci con i contorni talvolta incerti e talvolta geometrici composti quasi a formare un incastro e  la sua  sensibilità  gli farà dire: ” Quelle fiondate d’ocra e di rosso nascono da un humus che troverà, un giorno, i fiori dell’avvenire, un’alba nuova per tutti…”. Non si possono tralasciare i suoi disegni, per la maggior parte inediti fino ad allora, in cui il tratto sembra circoscrivere le sue sensazioni più intime: in tutti si avverte un senso di solitudine come se il mondo esterno lo soffocasse (ad es.quello intitolato ” Ti manca l’aria”). L’originalità assoluta e l’essenzialità del suo tratto ci portano in un mondo fantastico, metafisico, non come quello di De Chirico, ma molto più intimo perché ricorda la sua solitaria profonda malinconia. Nonostante un certo pessimismo, però, Landi non era un depresso o, meno che mai, una persona affetta da problemi mentali come testimoniano alcuni amici pittori che l’hanno conosciuto e frequentato, ma certamente è riuscito ad esprimere la complessità della sua personalità attraverso questo potente mezzo espressivo che è la pittura:  anche chi non è esperto di arte moderna intuisce subito che i suoi quadri rappresentano la trasposizione pittorica dei pensieri più profondi dell’autore, delle sue poesie e delle ansie del  che sono  in tutti noi.

Willem De Moor

Willem De Moor

IMG_20160725_160622Molti anni fa, erano i primi anni  ’80, mio padre mi fece conoscere un amico speciale, un architetto  che abitava nel castello di Querceto insieme alla moglie Silvia. Mi disse che era una persona straordinaria che aveva vissuto una vita talmente piena e varia che a un comune mortale non ne basterebbero tre e mi accinsi a conoscerlo con grande curiosità  .Ancora oggi che non c’è più ricordo vividamente le conversazioni che abbiamo avuto sull’arte e sulla vita in generale quando, un anno dopo la morte di mio padre, venne ad abitare vicino a me per un anno. La sua vita durata quasi un secolo ( ha lasciato questo mondo all’età di 97 anni) è stata molto movimentata: di nobile famiglia olandese, ma sempre vissuto in Italia a Firenze, ha viaggiato in tutto il mondo, ha subito gravi disagi a causa della II guerra Mondiale che lo obbligò a fuggire dal suo paese e si è costruito una notevole carriera come architetto. La famiglia, come ho detto, di origine olandese, ha  annoverato  una lunga serie di pittori e ritrattisti tra cui è da  ricordare Anton De Moor , noto anche come Antonio Moro o Sir Anthony Moor, nativo di Utrecht in Olanda e pittore alla  corte di Filippo II di Spagna. Evidentemente molto apprezzato tanto che un suo ritratto di gentiluomo si trova anche a Palazzo Pitti ( l’ho potuto ammirare nella sala dei ritratti).                                                                                      Un altro antenato, Karel De Moor oltre ad essere un pittore stimato in Olanda, fu chiamato alla corte del Granduca di Toscana.                                                                                        Jos De Moor, altro suo avo, fu, invece, un vice-ammiraglio della flotta olandese noto per il suo ruolo di primo piano nel cacciare gli invasori spagnoli dai Paesi Bassi e per aver portato segretamente  il Principe d’Orange ( poi William III d’Inghilterra) a capo dello stato durante la controrivoluzione  olandese del 1672. Per questo fu insignito del titolo di barone nello Zeeland.                                                                                               Il padre di Willem, Pieter de Moor fu anche lui un pittore di fama e studiò alle Accademie di Rotterdam, di Antwerp e di Firenze. A Parigi fu uno dei pochi allievi del famoso Puvis De Chavannes; come presidente della Art Society di Rotterdam, fece conoscere al grande pubblico i lavori di James Ensor, Odillon Redon e di William Degouve de Nuncques.                                                                                                       Pim  (nomignolo che si era dato da piccolo con cui amava farsi chiamare dagli amici) possedeva  molti dipinti di suo padre, molto belli, tra cui un olio su tavola raffigurante una giovane vestita di veli vicino a una fonte, all’apparenza una ninfa eterea, molto delicato, di gusto impressionista e il ritratto del figlio piccolo con i suoi grandi e vivaci occhi azzurri, i capelli biondi, le guancine rosee e la pelle chiarissima: ne era molto orgoglioso, perché, mi diceva, è molto difficile rendere su tela l’incarnato delicato di un bambino, solo pochi erano in grado di  farlo. Il padre arrivò a Firenze nel 1890 per dipingere, pur facendo parte di quel ramo della sua famiglia che si occupava della costruzione di navi e barche con molto successo. Anche Pim desiderava fare il pittore come il padre, ma si accorse presto che dipingere spesso non riesce a garantire un buon tenore di vita. Comunque il padre lo mandò a studiare in un collegio in Olanda, ma essendo ribelle di carattere ben presto litigò con un educatore che chiamò i genitori. Andò sua madre a prenderlo e, senza una parola di rimprovero, lo riportò a Firenze durante l’estate da dove scappò  per imbarcarsi su un nave mercantile  per non dover continuare a studiare. Aveva 14 anni quando se ne andò e navigò per più di 4 anni.  Quando tornò a casa aveva ormai 19 anni e volle tentare la carriera musicale studiando  il pianoforte, ma si accorse che nemmeno la musica era la sua vocazione; perciò decise di diventare architetto iscrivendosi all’ Accademia della sua città. Era l’anno 1924, in Italia si era installato il regime fascista e lui faceva parte di un gruppo di studenti contrari al regime. Purtroppo uno dei suoi amici, figlio di un professore fu ucciso e lui capì che era meglio cambiare aria e si recò in Francia con degli amici. Erano gli anni di una grande rinascita intellettuale e artistica a Parigi:  c’era stata la grande Esposizione Universale nel  1900 e il fervore artistico non era diminuito in quel lasso di tempo in cui sono balzati alla ribalta scrittori come Hemingway o pittori come  Picasso… e nei piccoli caffè giovani studenti discutevano come avrebbe dovuto essere l’Europa dopo la I Guerra Mondiale. I giovani compagni di avventura andarono ognuno per la propria strada  ma Willem ricominciò a studiare alla “Ecole Speciale d’Architecture”sotto August Perret, un professore molto rigoroso che a quel tempo era un  architetto famoso in Francia. Dopo essersi diplomato andò a lavorare come praticante nello studio di Le Corbusier ( che chiamava Le Corbù), il notissimo esponente dell’architettura moderna: fecero molti progetti insieme in tutto il mondo. Nel 1939 Pim, che si era appena sposato, decise di lasciare Parigi perché c’era il timore, peraltro fondato,di un’invasione della Germania. Non potè recarsi nemmeno in Olanda che, seppur neutrale, fu invasa dalle truppe tedesche e quindi con varie traversie, arrivò in Svezia cercando lavoro,senza trovarlo, per diverso tempo finché un amico architetto gli fece conoscere il proprietario di una fabbrica di vetro che lo assunse primo come operaio e poi come disegnatore dopo aver visto alcuni suoi lavori. Si sentiva tagliato fuori dal mondo perché la guerra era dappertutto, ma riusciva a tenersi in contatto con i suoi cari attraverso l’ambasciata olandese. Alla fine della guerra tornò a Parigi dove lo aspettavano i suoi genitori e riprese a lavorare nello studio di Le Corbusier collaborando a vari progetti internazionali. Alcuni anni dopo, nel 1950, gli fu offerto un incarico  come professore per un certo periodo di tempo al prestigioso Massachusetts Institute of Technology (M.I.T.) negli Stati Uniti d’America dove si recò visitando per la prima volta il Paese in cui poi sarebbe tornato per rimanervi sino  alla fine.L’insegnamento che doveva fornire ai laureandi era indirizzato verso un marcato tecnicismo che, per la sua formazione culturale, non lasciava spazio a un approccio umanistico che riteneva essenziale nella professione di architetto; così dopo pochi mesi decise di rassegnare le dimissioni e si adattò anche a disegnare scatole da regalo per Macy’s e Bloomingdale’s. In seguito gli fu di nuovo offerta la possibilità di insegnare alla Miami University a Oxford (Ohio), un lavoro che accettò ma che, pur trovandolo interessante e piacevolissimo, lasciò nel 1953 per andare a lavorare nello studio dell’architetto William Huntington a Long Island. Qui si trovò benissimo perché aveva mano libera nel suo lavoro, disegnò case private e perfino un Ospedale e guadagnava molto bene . Tuttavia nel 1958 ritornò a Firenze, la sua città natale, affittò un appartamento e riprese la sua vecchia vita mentre il suo matrimonio, da cui era nata l’ unica figlia Florence, era ormai finito. Fu alcuni anni dopo, nel 1969,  che incontrò la  seconda moglie Silvia Penni che lavorava per un’azienda di import-export di un vecchio amico di Pim ma, nel 1970 un’impresa italiana gli chiese di progettare un grandissimo villaggio turistico in riva al mare in India: questo e altri progetti importanti in località esotiche lo portarono in giro per il mondo. Aveva molto lavoro che lo  sottoponeva a una continua  grande pressione perciò, dopo aver passato un breve lasso di tempo in un ospedale, maturò la decisione di trovare un posto tranquillo in cui vivere e lavorare. Questo suo desiderio lo portò a Querceto, un paesino delizioso di 52 abitanti sulle colline vicino a Volterra in cui trovò la pace che cercava abitando in un’ala del Castello di proprietà dei marchesi Ginori-Lisci e vi rimase con Silvia per 12 anni; dopo venne ad abitare a Cecina  e qui lo incontrò mio padre di cui divenne molto amico.  In tutto questo periodo la sua attività ebbe un forte calo anche a causa dell’età; perciò spesso si trovava a viaggiare con la moglie per tutta l’America: andarono in Ecuador dove abitava un figlio di Silvia, in Colombia in cui viveva l’altro figlio di lei, Paolo e in Florida dove poi si stabilirono fino alla fine della sua vita terrena durata 96 anni.                                                                                                   A causa degli  anni di collaborazione  con  “Le Corbu” e per carattere era un tenace assertore del fatto che in Architettura ogni dettaglio doveva essere studiato a vantaggio dell’economia ambientale: trovava assurdo, per esempio, che le grondaie di casa finissero nella fognatura  invece che in un recipiente di raccolta da  utilizzare per le piante  e che l’acqua potabile fosse usata anche per annaffiare il giardino.  Per sua stessa ammissione aveva avuto una vita molto complicata, ma densa di soddisfazioni e di interessi (tra l’altro era console onorario dei Paesi Bassi); amavo ascoltare le sue riflessioni sempre acute e sagge sulla vita e le sue battute ironiche come quando mi vedeva piantare fiori in giardino: ” devi piantare pomodori, non  petunie che non servono a niente!” diceva ridendo. Mi sento fortunata ed onorata per averlo conosciuto ed è sempre presente nel mio cuore e nella mia mente tra le persone che non dimenticherò mai!

UNA VITA PER L’ARTE III

eaismo_fotoRitenendo l’arte un valido mezzo capace di migliorare la nostra società, il dr. Pepi ha aperto il Centro Pepi di Studi per l’Arte che ha sede nei locali della Pinacoteca di Follonica, dove sono in mostra molte opere della sua collezione e tra esse quelle meno note degli artisti dell’Avanguardia Livornese. In particolare è da ricordare il Movimento EAista fondato il 3 Settembre 1948 da Voltolino Fontani, Aldo Neri, Angelo Silvio Pellegrini, Marcello Landi e il  poeta Guido Favati: essi stesero il Manifesto dell’Era Atomica con cui presero atto del cambiamento portato nel mondo dall’esplosione della bomba atomica, cambiamento che doveva riflettersi anche nell’arte mediante l’astrazione. Tra questi innovatori spicca la personalità di Marcello Landi, nato a Cecina (LI) il 14 Agosto 1916 e morto l’8 Dicembre 1993, poeta ermetico molto conosciuto che fu in contatto, tra l’altro, con Montale, ma meno noto come pittore anche se anticipò i massimi calibri dell’astrattismo riunitisi a Milano nel M.A.C. (Movimento Arte Concreta) due anni dopo la nascita del Movimento EAista.  I suoi quadri, come le sue toccanti poesie, mostrano un uomo di grande sensibilità, cosciente di non essere compreso dai contemporanei, a parte la ristretta cerchia di amici e intenditori, e che non si riconosceva nel mondo in cui viveva. Per rendere omaggio all’artista alcuni anni fa è stata allestita  una mostra nella sua cittadina natale che ha fatto conoscere e apprezzare  questo pittore che, in maniera dl tutto originale, ha rotto con la tradizione della scuola toscana figurativa dei Macchiaioli perché, come già raccomandava Fattori al giovane Modigliani, non si potevano ripetere all’infinito gli stessi soggetti senza cadere in uno sterile manierismo.

UNA VITA PER L’ARTE II

Carlo_PepiLa Beffa Livornese ( Le statue di Modigliani)

A proposito di contraffazioni vorrei ricordare un episodio balzato agli onori della cronaca quando, nel 1984, il comune di Livorno organizzò una mostra per celebrare il centenario della nascita di Modigliani; fu subito fermento perché Pepi ritenne che un ritratto di Picasso e una scultura esposte non fossero originali. Comunque la mostra era incentrata sul dragaggio del Fosso Reale che attraversa la città, dove si pensava di trovare delle sculture che l’artista vi avrebbe gettato a causa delle critiche degli amici; alla fine vennero estratte tre sculture con grande stupore di tutti, acclamate dai più come i suoi capolavori ritrovati.  Carlo Pepi, invece, dichiarò che non potevano essere opera di Modigliani perché non avevano nulla della plasticità dello scultore e anche perché egli non avrebbe mai potuto compiere un simile gesto dal momento che riteneva lo scolpire la più alta forma d’arte e che questa era la sua vera, grande passione. Tutto ciò, naturalmente, creò grande scompiglio, ma i fatti gli diedero ragione quando spuntarono gli autori delle false statue che dichiararono di aver voluto fare uno scherzo  e  screditare la critica d’arte. Poco tempo dopo un carrozziere di Livorno, Piero Carboni, dichiarò di possedere le vere tre teste di Modigliani. Egli raccontò che un pittore che doveva partire per la Francia le aveva affidate a suo zio ed erano rimaste per molti anni in giardino dove erano impiegate come “porte” per giocare a calcio con i cugini. Durante la II guerra Mondiale, dopo un bombardamento che aveva distrutto la casa dello zio, le ritrovò in buono stato e le trasferì a casa sua con il consenso dei cugini. Ovviamente, a causa dei precedenti avvenimenti, nessuno dette credito al suo racconto. Intanto il tempo passa e nel 1991 viene interpellato Carlo Pepi che, dopo aver attentamente esaminato le sculture, si convinse della loro autenticità e ancora una volta rimase  solo nella sua battaglia. Proprio lui che non ha mai cercato arricchimento personale o di farsi una carriera attraverso perizie superpagate, si ritrovò accusato di aver autenticato delle sculture false; perciò nel 2000 iniziò un lungo processo da cui, dopo varie traversie, uscirà assolto. Processo che non avrebbe dovuto neanche iniziare perché, scandagliando la vita di Modigliani, è emerso che egli aveva avuto uno studio, dove scolpiva, vicino alla casa dello zio di Carboni; per di più, tra alcuni suoi disegni in mostra a Palazzo Grassi a Venezia, si sono trovati quelli preparatori delle tre statue in cui si riscontravano dettagli identici tra le sculture e i disegni stessi.