L’intrigante Vitalba

L’intrigante Vitalba

clematide

Clematide “Montana”

Passeggiando per le nostre belle colline toscane, al margine del bosco dove il terreno è incolto e povero, capita di vedere una pianta simile a una liana, la vitalba, talmente invadente che sembra soffocare gli alberi a cui si avvinghia.

In Primavera, però, da questo caotico intrico spuntano i suoi delicati fiori bianchi (talvolta scarlatti) da cui in Autunno nascono argentei semi piumosi, leggeri e pronti a spandersi intorno al primo soffio di vento.

Dall’incrocio di queste piante selvatiche è nata la stupefacente Clematide chiamata così più di 2000 anni fa dallo studioso greco Dioscoride ( da klema, cioè viticcio); ha moltissime varietà coltivabili ed è amatissima dai giardinieri inglesi ( a questo proposito è da vedere il giardino della villa dove visse Vita Sackville West) perché in Primavera e in Estate si copre di bellissimi fiori multicolori. Si va dalle grandi corolle viola e sgargianti della “Jackmanii”  ai piccoli, delicati fiori rosa della “Montana” oppure ai variegati petali bianchi e rosa della “Nelly Moser; se si preferisce il bianco è perfetta la “Miss Bateman” ( ho potuto ammirarla nel giardino di un piccolo, antico convento abbandonato sotto Mazzolla, a Volterra,  ristrutturato anni fa da una coppia di inglesi), mentre di color rosso scuro e intenso è la  “Ville de Lion” dall’aspetto vellutato.

Essendo la Clematide una pianta rustica è anche facile da coltivare: ha, però, bisogno di un terreno ricco di humus, di sole sulla chiome ma tassativamente ombra alle radici e di un sostegno su cui potersi allungare.

Insomma, una pianta così decorativa e ricca di varietà ( ve ne sono anche di erbacee ed arbustive) non può mancare nei nostri giardini o sui terrazzi, anche abbinata alle rose rampicanti!

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A fine inverno

primula auricola o Orecchie d'orso

primula auricola o Orecchie d’orso

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Per me, nata e cresciuta a Como dove l’inverno è molto freddo e spesso ricco di neve, la vista di una primula nei campi ancora spruzzati di bianco, è sempre stata fonte di grande gioia perché significava l’arrivo imminente della Primavera che, col suo tepore, faceva sbocciare anche le timide violette, le pervinche e l’anemone dei boschi, fiori che ho sempre adorato; soprattutto le primule e le viole che crescevano su un prato scosceso proprio davanti alla piccola scuola di campagna di Tavernola, sotto Mognano dove abitavo, quando frequentavo la II Elementare in un’aula che ospitava alunni anche di I e di IV, come accadeva nelle piccole frazioni negli anni  ’50. La primula di cui parlo, molto diffusa nelle nostre campagne, ha fiori color giallo chiaro, foglie allungate di un bel verde brillante, non è sgargiante come quelle che si trovano nei negozi di fiori che sono frutto di svariati incroci. Tra le molte varietà oggi in commercio ce n’è una meno conosciuta e altrettanto bella: la primula  “auricola” detta anche  “orecchie d’orso” a causa della forma delle sue foglie. Nei secoli passati è stata tanto apprezzata dalle  “società dei  fioristi”, cioè appassionati coltivatori di fiori, da essere menzionata in alcuni testi di botanica del  ‘700 per avere già allora moltissime specie, più di trecento!

Molto incuriosita da questa piantina rara e non più di moda, tempo fa cominciai a cercarla con mio marito in tutte le serre della zona senza esito, finché scoprimmo l’indirizzo di un vivaio che le trattava su una rivista di giardinaggio. Raggiungere il posto indicato fu un’avventura perché era situato in aperta campagna, senza indicazioni, ma, quando arrivammo, avemmo la sorpresa maggiore: il “vivaista” era un riservato signore inglese che non aveva certo l’aspetto di un venditore e il cosiddetto vivaio era in realtà il giardino di un antico convento di campagna con una meravigliosa vista sul territorio intorno a Volterra che includeva anche la bellissima e antica Rocca Sillana e mostrava una rigogliosa  collezione di garofani vicino alla piccola, ma ombrosa, fonte presso la quale si rinfrescavano i frati nei momenti di riposo. Il gentilissimo “giardiniere” ci spiegò che aveva coltivato le  “auricola” con scarso successo dato anche il clima particolarmente secco della campagna toscana e ci regalò l’ultima sopravvissuta con l’augurio che riuscissimo a farla fiorire. La primula con le nostre amorevoli cure fiorì in Settembre mostrando le sue belle corolle color porpora dal cuore giallo-oro su un unico fusto ad ombrella. La pianta che è alta non più di 20 cm.deve essere coltivata in luoghi non assolati e riparati non perché sia poco rustica, ma perché la caratteristica polverina bianca che ha sui petali e che le conferisce  un certo magico “non so che” potrebbe essere lavata via dalla pioggia togliendole quella  particolare attrattiva che la rende unica.

Storie di Rose

La bellezza, il profumo, i colori e il portamento altero della rosa ne hanno fatto il fiore più noto, amato e studiato fin dai tempi antichi.

Plinio il Vecchio, famoso naturalista e scienziato latino, discutendo l’etimologia del termine  “Albione” usato per indicare la Gran Bretagna, riteneva che derivasse dalla gran quantità di rose bianche spontanee (“ob rosas albas”) che abbondavano nella campagna inglese.

Il fascino delle rose ha anche  ispirato ai poeti di tutti i tempi versi indimenticabili che esprimono sentimenti come amore e gioia di vivere, bellezza e trionfo della giovinezza, ma anche malinconia e dolore, rimpianto e fragilità delle cose umane: basti pensare al Petrarca delle Rime, alla famosa  Ballata delle rose di Poliziano, a Lorenzo de’Medici e, più vicini a noi, a Pascoli, Carducci e Saba; ma anche a Shakespeare  e a Byron che accenna all’usanza orientale di piantare una rosa bianca sulla tomba di chi è morto senza essersi mai sposato.

Per i Cristiani la rosa è anche il simbolo dei Santi e dei Martiri sia per il colore che per le spine che la caratterizzano: rose spuntarono dalle ceneri del rogo su cui fu arsa una santa giovane di Betlemme e sbocciarono a profusione tutt’intorno a lei, bianche e rosse nella più ricca varietà di toni. Un’altra leggenda, molto delicata, riguarda Santa Elisabetta d’Ungheria (1207- 1231) figlia del re Andrea II e sposa di Ludovico di Turingia, una delle sante più ricche di devozione del Medioevo. In un periodo storico in cui abbondavano guerre, pestilenze e miseria ella si dedicò ad alleviare le sofferenze della sua gente recandosi a curare gli ammalati di persona privandosi di cibo e vestiti per aiutare chi aveva bisogno. Il marito, che le era affezionato, non voleva che si esponesse al contagio e le aveva proibito di far visita ai suoi assistiti; ma Elisabetta, non volendo che altri rischiassero al posto suo, continuò le sue visite caritatevoli di nascosto. Un giorno, uscita per compiere la sua pia missione con il grembiule pieno di cibo, incontrò il marito e, per non dargli un dispiacere, lo tenne chiuso in modo da nasconderne il contenuto. Quando egli le chiese di aprirlo avvenne il miracolo: il cibo si trasformò in bellissime, fragranti rose e suo marito non ebbe nulla da obiettare ritenendo che le avesse colte per abbellire la sua camera. Speriamo che i poveri non abbiano sofferto del cambio!

 

IRIS Simbolo di potere

stemma di Jeanne d’Arc: Dio benedicente i gigli dorati di Francia

luigi_VII_riceve_la_croce_da_san_bernardo_02I tre petali del  “fleur-de-lys”  rappresentano fede, saggezza, valore oltre a speranza e potere, perciò l’iris  fu un emblema molto importante ma non solo regale:  ad esempio, S.Luigi ( Luigi IX di Francia) lo concesse agli Chateaubriand col motto: ” Il mio sangue colora le insegne della Francia”  e sul sigillo di John Mundegumri, circa nel 1175, c’è un singolo fiore adottato anche dai suoi discendenti, i Montgomery. Carlo V  inserì nel suo stemma tre  “fleurs-de-lys” per simboleggiare la Santa Trinità e la sua convinta fede cristiana; a Rouen, sulla statua di Giovanna d’Arco fu scolpita l’iris e un’iscrizione latina che dice: “Regia virgineo defenditur ense corona / lilea virgineo tuta sub ense nitent” ( la spada della vergine protegge la corona / sotto la spada della vergine i gigli possono fiorire). Il giglio di Francia appare anche sulle insegne dei Medici, tanto che l’iris è chiamata anche giglio di Firenze, forse perché, nella sua varietà bianca, cresceva abbondante  nelle vicinanze della città. L’iris apparve nello stemma inglese insieme ai leoni quando, nel 1275, Edmund di Lancaster, secondo figlio di Enrico III, sposò Blanche d’Artois, vedova di Enrico II di Navarra e Champagne e d’altro canto Edoardo III che iniziò la Guerra dei Cento Anni, e conquistò Calais reclamando il trono di Francia,  inserì nell’antico stemma francese i leoni d’Inghilterra. Il fiore  fu a lungo il simbolo della nazione da quando Luigi VII (nel dipinto insieme ad Eleonora d’Aquitania, mentre riceve la croce da S.Bernardo di Chiaravalle) prima della seconda Crociata, lo fece incidere sulle sue monete e sigilli (precedentemente, come simboli della Francia, erano rappresentati in modo vario rane, punte di spada, api, fiori di giglio) ed appartenne a tutti i rami della famiglia dei Borbone; divenne addirittura ornamento dell’asta del compasso inventato al tempo in cui Carlo D’Angiò  regnava in Sicilia. Invece nei primi anni dell’ ‘800 l’iris scomparve dalle insegne francesi soppiantato dalla violetta che adornò il capo della bella Imperatrice Eugenia il giorno delle sue nozze e che divenne, poi, l’emblema dei Bonapartisti quando Napoleone fu esiliato all’Elba: per i suoi sostenitori, come la violetta fiorisce ogni primavera, anch’egli sarebbe tornato presto dall’esilio. Tuttavia, per un imprevedibile rivolgimento nei destini di Francia, anche la viola, come l’iris ormai scomparsa, fu messa in disparte dai papaveri della nuova Repubblica; non solo, nel 1852 un editto vietava di riprodurre su anelli, braccialetti e stoffe qualsiasi immagine di iris,e più tardi, nel 1875 un altro editto vietava la rappresentazione di violette e api, simboli del bonapartismo, oltre alla circolazione di fotografie del Principe Imperiale per lasciar posto alla nuova bandiera della Repubblica: il tricolore blu, bianco e rosso.

IRIS o Fleurs-de-Lys ?

80px-Oriflamme117px-Arms_of_the_Kingdom_of_France_(Ancien).svgE’ una tra le più belle piante da fiore per il giardino che offre varietà molto differenti tra loro per dimensioni, forme e colori: anche Van Gogh la scelse come soggetto del suo famoso quadro dipinto nel maggio 1889 che rappresenta un giardino in cui un gruppo di iris blu sembra sopraffare un’unica iris bianca che, in disparte e isolata, cerca di mantenersi diritta. Apprezzata e coltivata fin dall’antichità, l’iris ha raggiunto ampia notorietà nella Francia medievale: in un primo periodo la bandiera nazionale presentava una croce bianca al centro di un campo blu disseminato di  “fleurs-de-lys” (come veniva chiamata l’iris) ed era portata dietro la sacra Orifiamma, lo stendardo rosso di St.Denis, primo vescovo di Lutezia ( l’odierna Parigi), decapitato nel 270 circa a Montmartre. Secondo la leggenda, egli stesso portò la propria testa a S.Denis dove fu edificata a suo ricordo una cappella poi sostituita da un edificio carolingio e, in seguito, dalla basilica voluta dall’abate Suger e consacrata nel 1144. Oltre al santo patrono di Parigi, ebbe l’onore di ricevere il  “giglio” celestiale anche St.Clovis, ossia Clodoveo I (Tournai 466 circa- Parigi 511) re dei Franchi e nipote di Meroveo. Egli, appena quindicenne, ereditò dal padre Childerico un piccolo regno che estese con la diplomazia e con la forza, sconfiggendo, tra gli altri, Siagro, ultimo rappresentante dell’autorità romana in Gallia. Alleatosi con la Santa Sede, sconfisse gli Alamanni  (di dottrina ariana) a Tolbiac nel 496 diventando, così’ sostenitore e difensore della Chiesa; perciò, anche per l’opera di persuasione della moglie Clotilde che era cristiana, si fece battezzare a Reims insieme a migliaia dei suoi il giorno di Natale del 498 dal vescovo Remigio. Secondo la tradizione, fu sul campo di Tolbiac che Clodoveo fu convertito, vinse la guerra e ricevette il fiore dal cielo (si dice da un Angelo) mentre i suoi soldati vittoriosi dopo gli scontri, si sarebbero incoronati il capo con iris trovate vicino al campo di battaglia, probabilmente i fiori dell’iris gialla, colore che ricorda la preziosità dell’oro. Qualche anno fa, visitando il Corridoio Vasariano a Firenze si poteva ammirare, nella prima parte, un ritratto ad altezza quasi naturale di Clodoveo I rappresentato  con uno sfarzoso manto regale blu disseminato di Iris dorate, a simboleggiare la sua raggiunta potenza. Altri riferimenti si trovano sulle corone di molti re Carolingi che erano sormontate da iris, mentre sullo scettro era inciso un giglio bianco. La bandiera di Carlo Magno era blu con sei rose rosse, ma quando papa Leone III ricevette il re con molta cerimonia, chiamandolo difensore della Chiesa di San Pietro, gli consegnò il vessillo blu cosparso di  “fleurs-de-lys” e poiché gli era stato donato dal Papa, qualcuno affermò che gli era venuto dal cielo come era accaduto a Clodoveo I. La denominazione francese del fiore ha un  significato controverso:  secondo alcuni deriverebbe da Loys che era il modo in cui i primi dodici Louis ( abbreviazione del nome Clodoveo in lingua franca, come Ludovico) di Francia scrivevano il loro nome, poi contratto in Lys. Secondo Dante ed altri, poiché il fiore cresceva sulle rive della Lis che separava Francia e Artois dalle Fiandre, ne prese il nome; per altri ancora significa semplicemente fiore di giglio, termine improprio dato che gigli ed iris sono piante molto diverse e che la forma tramandata del  fleur-de-lys  ricalca senza dubbio quella dell’iris.

La rosa protagonista della storia inglese

Il Re-poeta conte di Champagne e poi Re di Navarra, Thibault IV, soprannominato Le Chansonnier per la sua abilità nella poesia provenzale, portò dalla Terrasanta, dopo il fallimento della Crociata del 1239 di cui era a capo, un albero di rosa che piantò nella sua città di Provenza. La rosa (rosa gallica) fiorì e si moltiplicò così bene che un suo successore la volle nel suo stemma; in seguito, quando John di Gaunt (figlio di Edoardo III d’Inghilterra) sposò Bianca di Lancaster, imparentata con i Plantageneti ed erede di Champagne, anch’egli adottò la fatale rosa rossa come emblema dei Lancaster nella guerra per il trono d’Inghilterra durata circa un secolo che li oppose agli York i quali scelsero la rosa bianca ( si pensa che fosse la rosa “canina”). Nella saga di queste due famiglie esiste anche la rosa “damascena”, con fiori rossi striati di bianco; si può ritenere che sia stata creata al tempo della riconciliazione tra le due casate rivali avvenuta col matrimonio tra Henry(VII Tudor) erede dei Lancaster da parte della madre ed Elizabeth di York nel 1486.