Empress Maud, Lady of the English

The Freelance History Writer

Empress Mathilda, from "History of England" by St. Albans monks (15th century) Empress Mathilda, from “History of England” by St. Albans monks (15th century)

“Here lies the daughter, wife, and mother of Henry”

We would like to tell the story of Empress Maud who was never crowned Queen of England but caused civil war trying to attain her inheritance. Maud was also named Matilda but we will call her Maud to distinguish her from her mother, Matilda of Scotland and her grandmother, Matilda of Flanders. She took the title of “Lady of the English” but always preferred to be called Empress.

Maud was the daughter of King Henry I of England and Duke of Normandy and Matilda of Scotland. She was born, probably at Winchester in February of 1102. She had a brother William Adelin (Atheling) who was born in November 1103. Little is known about her early childhood. Her mother had a bad experience being educated in a nunnery so…

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Letter from Empress Matilda to Thomas Becket, Archbishop of Canterbury, 1165

The Freelance History Writer

King Henry II and Thomas Becket, Archbishop of Canterbury in an argument

In the early years of the government of King Henry II, he had relied on his mother, the Empress Matilda, for advice on many different matters. As she grew older, Matilda’s health declined, she became more pious and her influence over her son waned as he gained greater experience as a monarch. Regarding church matters, Henry and his archbishop of Canterbury, Theobald, had a good working relationship. Theobald had an experienced cadre of clerks working for him, many of whom made their way into the king’s administration, including Thomas Becket. Henry eventually appointed Becket Chancellor, the most important position in England.

Becket accompanied King Henry to Normandy several times on business and Matilda, who had made her primary residence in Rouen, may have met him there. Matilda knew Becket had a reputation for enriching himself and for…

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Eadgifu, Anglo-Saxon Queen

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The Freelance History Writer

Picture of Queen Eadgifu from "The Saxon Cathedral at Canterbury and The Saxon Saints Buried Therein" Picture of Queen Eadgifu from “The Saxon Cathedral at Canterbury and The Saxon Saints Buried Therein”

What little historical records we have pertaining to Queen Eadgifu tell us she exercised considerable power. She was the third wife of Edward the Elder, son of Alfred the Great. While she didn’t have much prominence during the life of her husband or her stepson Aethelstan, she came to exert her influence during the reigns of her sons and grandsons. She was the first important queen of the tenth century due to her landed interests and to her role in the family politics of the time.

The best estimate of a birthdate for Eadgifu is c. 901. She was the daughter of Ealdorman Sigehelm of Kent. She owned extensive and widespread landholdings in Kent and held Minster in Thanet, and possibly Ely. Edward the Elder had been living with a woman named Ecgwynn…

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L’intrigante Vitalba

L’intrigante Vitalba

clematide

Clematide “Montana”

Passeggiando per le nostre belle colline toscane, al margine del bosco dove il terreno è incolto e povero, capita di vedere una pianta simile a una liana, la vitalba, talmente invadente che sembra soffocare gli alberi a cui si avvinghia.

In Primavera, però, da questo caotico intrico spuntano i suoi delicati fiori bianchi (talvolta scarlatti) da cui in Autunno nascono argentei semi piumosi, leggeri e pronti a spandersi intorno al primo soffio di vento.

Dall’incrocio di queste piante selvatiche è nata la stupefacente Clematide chiamata così più di 2000 anni fa dallo studioso greco Dioscoride ( da klema, cioè viticcio); ha moltissime varietà coltivabili ed è amatissima dai giardinieri inglesi ( a questo proposito è da vedere il giardino della villa dove visse Vita Sackville West) perché in Primavera e in Estate si copre di bellissimi fiori multicolori. Si va dalle grandi corolle viola e sgargianti della “Jackmanii”  ai piccoli, delicati fiori rosa della “Montana” oppure ai variegati petali bianchi e rosa della “Nelly Moser; se si preferisce il bianco è perfetta la “Miss Bateman” ( ho potuto ammirarla nel giardino di un piccolo, antico convento abbandonato sotto Mazzolla, a Volterra,  ristrutturato anni fa da una coppia di inglesi), mentre di color rosso scuro e intenso è la  “Ville de Lion” dall’aspetto vellutato.

Essendo la Clematide una pianta rustica è anche facile da coltivare: ha, però, bisogno di un terreno ricco di humus, di sole sulla chiome ma tassativamente ombra alle radici e di un sostegno su cui potersi allungare.

Insomma, una pianta così decorativa e ricca di varietà ( ve ne sono anche di erbacee ed arbustive) non può mancare nei nostri giardini o sui terrazzi, anche abbinata alle rose rampicanti!

La pittura di Giovanni Cecchini

Il mondo di Giovanni Cecchini è fantasioso, onirico, affollato di emozioni dalle quali scaturiscono linee sinuose che si accavallano e, talvolta, si compenetrano conferendo ai quadri la vitalità e il ritmo di un “crescendo” musicale.

L’artista usa una tecnica pittorica tradizionale e decisamente figurativa; tutte le opere sono accomunate da un marcato simbolismo accentuato anche dall’uso del colore e riflettono vicende della vita reale poi rielaborate nell’immaginario del pittore.

Realtà e sogno, dunque, per l’artista convivono nel nostro mondo interiore come il Bene e il Male coesistono nella parte più intima di ciascuno di noi, pronti a scaturire dalle zone meno conosciute della nostra psiche a seconda delle situazioni, mentre la Natura è vista come una presenza partecipe qualche volta in modo positivo, altre in senso negativo, ma mai indifferente alle vicende umane.

Simonetta Ostinelli

A fine inverno

primula auricola o Orecchie d'orso

primula auricola o Orecchie d’orso

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Per me, nata e cresciuta a Como dove l’inverno è molto freddo e spesso ricco di neve, la vista di una primula nei campi ancora spruzzati di bianco, è sempre stata fonte di grande gioia perché significava l’arrivo imminente della Primavera che, col suo tepore, faceva sbocciare anche le timide violette, le pervinche e l’anemone dei boschi, fiori che ho sempre adorato; soprattutto le primule e le viole che crescevano su un prato scosceso proprio davanti alla piccola scuola di campagna di Tavernola, sotto Mognano dove abitavo, quando frequentavo la II Elementare in un’aula che ospitava alunni anche di I e di IV, come accadeva nelle piccole frazioni negli anni  ’50. La primula di cui parlo, molto diffusa nelle nostre campagne, ha fiori color giallo chiaro, foglie allungate di un bel verde brillante, non è sgargiante come quelle che si trovano nei negozi di fiori che sono frutto di svariati incroci. Tra le molte varietà oggi in commercio ce n’è una meno conosciuta e altrettanto bella: la primula  “auricola” detta anche  “orecchie d’orso” a causa della forma delle sue foglie. Nei secoli passati è stata tanto apprezzata dalle  “società dei  fioristi”, cioè appassionati coltivatori di fiori, da essere menzionata in alcuni testi di botanica del  ‘700 per avere già allora moltissime specie, più di trecento!

Molto incuriosita da questa piantina rara e non più di moda, tempo fa cominciai a cercarla con mio marito in tutte le serre della zona senza esito, finché scoprimmo l’indirizzo di un vivaio che le trattava su una rivista di giardinaggio. Raggiungere il posto indicato fu un’avventura perché era situato in aperta campagna, senza indicazioni, ma, quando arrivammo, avemmo la sorpresa maggiore: il “vivaista” era un riservato signore inglese che non aveva certo l’aspetto di un venditore e il cosiddetto vivaio era in realtà il giardino di un antico convento di campagna con una meravigliosa vista sul territorio intorno a Volterra che includeva anche la bellissima e antica Rocca Sillana e mostrava una rigogliosa  collezione di garofani vicino alla piccola, ma ombrosa, fonte presso la quale si rinfrescavano i frati nei momenti di riposo. Il gentilissimo “giardiniere” ci spiegò che aveva coltivato le  “auricola” con scarso successo dato anche il clima particolarmente secco della campagna toscana e ci regalò l’ultima sopravvissuta con l’augurio che riuscissimo a farla fiorire. La primula con le nostre amorevoli cure fiorì in Settembre mostrando le sue belle corolle color porpora dal cuore giallo-oro su un unico fusto ad ombrella. La pianta che è alta non più di 20 cm.deve essere coltivata in luoghi non assolati e riparati non perché sia poco rustica, ma perché la caratteristica polverina bianca che ha sui petali e che le conferisce  un certo magico “non so che” potrebbe essere lavata via dalla pioggia togliendole quella  particolare attrattiva che la rende unica.

Storie di Rose

La bellezza, il profumo, i colori e il portamento altero della rosa ne hanno fatto il fiore più noto, amato e studiato fin dai tempi antichi.

Plinio il Vecchio, famoso naturalista e scienziato latino, discutendo l’etimologia del termine  “Albione” usato per indicare la Gran Bretagna, riteneva che derivasse dalla gran quantità di rose bianche spontanee (“ob rosas albas”) che abbondavano nella campagna inglese.

Il fascino delle rose ha anche  ispirato ai poeti di tutti i tempi versi indimenticabili che esprimono sentimenti come amore e gioia di vivere, bellezza e trionfo della giovinezza, ma anche malinconia e dolore, rimpianto e fragilità delle cose umane: basti pensare al Petrarca delle Rime, alla famosa  Ballata delle rose di Poliziano, a Lorenzo de’Medici e, più vicini a noi, a Pascoli, Carducci e Saba; ma anche a Shakespeare  e a Byron che accenna all’usanza orientale di piantare una rosa bianca sulla tomba di chi è morto senza essersi mai sposato.

Per i Cristiani la rosa è anche il simbolo dei Santi e dei Martiri sia per il colore che per le spine che la caratterizzano: rose spuntarono dalle ceneri del rogo su cui fu arsa una santa giovane di Betlemme e sbocciarono a profusione tutt’intorno a lei, bianche e rosse nella più ricca varietà di toni. Un’altra leggenda, molto delicata, riguarda Santa Elisabetta d’Ungheria (1207- 1231) figlia del re Andrea II e sposa di Ludovico di Turingia, una delle sante più ricche di devozione del Medioevo. In un periodo storico in cui abbondavano guerre, pestilenze e miseria ella si dedicò ad alleviare le sofferenze della sua gente recandosi a curare gli ammalati di persona privandosi di cibo e vestiti per aiutare chi aveva bisogno. Il marito, che le era affezionato, non voleva che si esponesse al contagio e le aveva proibito di far visita ai suoi assistiti; ma Elisabetta, non volendo che altri rischiassero al posto suo, continuò le sue visite caritatevoli di nascosto. Un giorno, uscita per compiere la sua pia missione con il grembiule pieno di cibo, incontrò il marito e, per non dargli un dispiacere, lo tenne chiuso in modo da nasconderne il contenuto. Quando egli le chiese di aprirlo avvenne il miracolo: il cibo si trasformò in bellissime, fragranti rose e suo marito non ebbe nulla da obiettare ritenendo che le avesse colte per abbellire la sua camera. Speriamo che i poveri non abbiano sofferto del cambio!