Marcello Landi poeta e pittore

marcello landiOggi, 14 Agosto 2016,  ricorre il centenario della nascita di Marcello Landi, pittore e poeta cecinese, forse conosciuto da pochi appassionati, quelli che in lui hanno saputo riconoscere una modernità e un’originalità del tutto nuove nel clima di paesaggismo sfrenato che allora imperava a Livorno per la costante, marcata influenza dei Macchiaioli. Nel 2014 fu organizzata nella nostra cittadina una mostra per rendere omaggio a questo artista col patrocinio del Comune di Cecina e della Provincia di Livorno, attingendo alla collezione di Carlo Pepi, noto esperto e studioso dei pittori del ‘900 toscano con un particolare interesse per le avanguardie livornesi.  Ricordo che  feci un breve resoconto per una rivista locale che ora ripropongo seppur rivisitato e cambiato. Tra i primi quadri dipinti da Landi, anzi il primo in assoluto, è da ricordare  “Ossessione” del 1949: a quel tempo la sua sensibilità artistica fu colpita dai terribili effetti della bomba atomica e questo sarà il tema portante di tutta la sua vita. E’ nota la sua adesione al movimento EAista nato nel 1948 ( ne parlo anche nell’articolo del blog datato febb. 2014): nel manifesto erano tracciate le linee a cui doveva ispirarsi la pittura moderna in questo periodo storico  che essi definirono Era Atomica. Gli artisti soprattutto dovevano prendere atto del cambiamento avvenuto nel mondo che deve riflettersi in un modo nuovo di fare pittura e non rifugiarsi in movimenti avulsi dalla realtà come il Dadaismo o il Futurismo; l’arte, oltre ad  essere in contatto con la realtà, deve essere  anche intuitiva e sintetica, ma soprattutto  essenziale nelle forme. In  “Ossessione” predominano i rossi, le pennellate sono spesse quasi ispirate da un furore creativo a differenza di altre tele in cui usa tinte tenui, rassicuranti che, però, evidenziano la mancanza di vita: tutto è statico come in attesa del soffio vitale. Molte volte usando varie tonalità di bianco in contrasto con il nero che, come spiega lui stesso, testimonia il buio che ci sovrasta, il buio di una società ambigua e senza luce, esprime il dolore per il suo isolamento intellettuale. Qua e là, tuttavia, ci sono sprazzi di colore o angoli luminosi a significare la speranza, come scrive in una sua poesia: ” Eppure – laggiù – tu uomo – di là dal mare – della speranza – pensi soltanto – a Dio”. In questa prospettiva vanno anche considerati alcune composizioni paesaggistiche e astratte  oltre a molti dipinti a soggetto  floreale dai colori vivaci con i contorni talvolta incerti e talvolta geometrici composti quasi a formare un incastro e  la sua  sensibilità  gli farà dire: ” Quelle fiondate d’ocra e di rosso nascono da un humus che troverà, un giorno, i fiori dell’avvenire, un’alba nuova per tutti…”. Non si possono tralasciare i suoi disegni, per la maggior parte inediti fino ad allora, in cui il tratto sembra circoscrivere le sue sensazioni più intime: in tutti si avverte un senso di solitudine come se il mondo esterno lo soffocasse (ad es.quello intitolato ” Ti manca l’aria”). L’originalità assoluta e l’essenzialità del suo tratto ci portano in un mondo fantastico, metafisico, non come quello di De Chirico, ma molto più intimo perché ricorda la sua solitaria profonda malinconia. Nonostante un certo pessimismo, però, Landi non era un depresso o, meno che mai, una persona affetta da problemi mentali come testimoniano alcuni amici pittori che l’hanno conosciuto e frequentato, ma certamente è riuscito ad esprimere la complessità della sua personalità attraverso questo potente mezzo espressivo che è la pittura:  anche chi non è esperto di arte moderna intuisce subito che i suoi quadri rappresentano la trasposizione pittorica dei pensieri più profondi dell’autore, delle sue poesie e delle ansie del  che sono  in tutti noi.

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I FONDALI MARINI di LARTH

fondale_marino_3_by_larth_2008Il mondo qui rappresentato parte da una visione preliminare ordinatamente strutturata, ma è onirico, fantastico, trasfigurato dall’inconscio dell’autore per il quale lo spazio figurato è quello delle apparenze in cui, ricordando la speculazione di Magritte, si evidenzia l’inquietante estraneità degli esseri che vi si incontrano o che si trasformano sotto i nostri occhi. Ecco, quindi,  cosparso dei residui di un tempo ormai scomparso, un fondo marino quasi deserto ad eccezione di rari animali che sopravvivono grazie alla loro natura mutante. Al nostro sguardo si rivela un paesaggio di aspra solitudine in cui risaltano freddi e malinconici tubi, “sfiatatoi” di abitazioni sottomarine in cui si presume che si svolga la vita umana, unici segni tangibili di una qualche forma di desolata società. In questa concezione pessimistica si intravvede anche la speranza che gli uomini, forse in un lontano futuro, potranno tornare a vivere sulla terraferma, magari metamorfosati, ma pur sempre esseri umani. L’originale simbologia nasce da un’autentica convinzione ecologista che qui definisce il suo linguaggio basato sul ritmo evocato dai rapporti delle forme e delle linee, sulla funzione espressiva del colore non del tutto spogliato di  esuberanza emozionale per staccarsi dalla pura rappresentazione mimetica della realtà. Il risultato formale è determinato da pennellate precise, da contorni movimentati e ben delineati, da colori talvolta in contrasto, talvolta, invece, più sfumati per evidenziare il raggiungimento di un nuovo equilibrio tra razionalità umana e natura in un contesto futuribile.

UNA VITA PER L’ARTE II

Carlo_PepiLa Beffa Livornese ( Le statue di Modigliani)

A proposito di contraffazioni vorrei ricordare un episodio balzato agli onori della cronaca quando, nel 1984, il comune di Livorno organizzò una mostra per celebrare il centenario della nascita di Modigliani; fu subito fermento perché Pepi ritenne che un ritratto di Picasso e una scultura esposte non fossero originali. Comunque la mostra era incentrata sul dragaggio del Fosso Reale che attraversa la città, dove si pensava di trovare delle sculture che l’artista vi avrebbe gettato a causa delle critiche degli amici; alla fine vennero estratte tre sculture con grande stupore di tutti, acclamate dai più come i suoi capolavori ritrovati.  Carlo Pepi, invece, dichiarò che non potevano essere opera di Modigliani perché non avevano nulla della plasticità dello scultore e anche perché egli non avrebbe mai potuto compiere un simile gesto dal momento che riteneva lo scolpire la più alta forma d’arte e che questa era la sua vera, grande passione. Tutto ciò, naturalmente, creò grande scompiglio, ma i fatti gli diedero ragione quando spuntarono gli autori delle false statue che dichiararono di aver voluto fare uno scherzo  e  screditare la critica d’arte. Poco tempo dopo un carrozziere di Livorno, Piero Carboni, dichiarò di possedere le vere tre teste di Modigliani. Egli raccontò che un pittore che doveva partire per la Francia le aveva affidate a suo zio ed erano rimaste per molti anni in giardino dove erano impiegate come “porte” per giocare a calcio con i cugini. Durante la II guerra Mondiale, dopo un bombardamento che aveva distrutto la casa dello zio, le ritrovò in buono stato e le trasferì a casa sua con il consenso dei cugini. Ovviamente, a causa dei precedenti avvenimenti, nessuno dette credito al suo racconto. Intanto il tempo passa e nel 1991 viene interpellato Carlo Pepi che, dopo aver attentamente esaminato le sculture, si convinse della loro autenticità e ancora una volta rimase  solo nella sua battaglia. Proprio lui che non ha mai cercato arricchimento personale o di farsi una carriera attraverso perizie superpagate, si ritrovò accusato di aver autenticato delle sculture false; perciò nel 2000 iniziò un lungo processo da cui, dopo varie traversie, uscirà assolto. Processo che non avrebbe dovuto neanche iniziare perché, scandagliando la vita di Modigliani, è emerso che egli aveva avuto uno studio, dove scolpiva, vicino alla casa dello zio di Carboni; per di più, tra alcuni suoi disegni in mostra a Palazzo Grassi a Venezia, si sono trovati quelli preparatori delle tre statue in cui si riscontravano dettagli identici tra le sculture e i disegni stessi.

UNA VITA PER L’ARTE

Carlo_PepiProfilo di Carlo Pepi

Ho conosciuto Carlo Pepi ad una conviviale con le amiche del Soroptimist a cui era stato invitato per tenere  una conferenza sui pittori delle “Avanguardie Livornesi”. Il dr. Pepi, che è laureato in Economia e Commercio ed ha sempre esercitato la libera professione come consulente aziendale, è anche un critico d’arte stimatissimo tra i conoscitori, ma meno noto al grande pubblico perché la sua naturale riservatezza e la passione per l’arte lo tengono lontano da ogni forma di notorietà. Pochi sanno che è un’autorità nell’ambito della pittura dell’ ‘800 e ‘900 toscano, che nella sua casa-museo di Crespina, aperta al pubblico, sono esposte molte opere di pittori astratti e centinaia di disegni di Macchiaioli come Fattori o Lega e che è noto a livello mondiale come esperto di Modigliani, tanto che la figlia di Modì, Jeanne, lo volle tra i membri dell’archivio legale Modigliani. Fu anche tra i fondatori della villa-museo di Modigliani a Livorno, ma ben presto si dimise da tutte queste cariche per contrasti con gli altri componenti perché avallavano opere che non riteneva autentiche. In seguito fu chiamato dal prof. James Beck, presidente dell’associazione Art Watch International per la tutela delle opere d’arte con sede alla Columbia University di New York, a dirigere la sezione falsi e contraffazioni, attività che ha sempre svolto con passione e rigore.

La rosa protagonista della storia inglese

Il Re-poeta conte di Champagne e poi Re di Navarra, Thibault IV, soprannominato Le Chansonnier per la sua abilità nella poesia provenzale, portò dalla Terrasanta, dopo il fallimento della Crociata del 1239 di cui era a capo, un albero di rosa che piantò nella sua città di Provenza. La rosa (rosa gallica) fiorì e si moltiplicò così bene che un suo successore la volle nel suo stemma; in seguito, quando John di Gaunt (figlio di Edoardo III d’Inghilterra) sposò Bianca di Lancaster, imparentata con i Plantageneti ed erede di Champagne, anch’egli adottò la fatale rosa rossa come emblema dei Lancaster nella guerra per il trono d’Inghilterra durata circa un secolo che li oppose agli York i quali scelsero la rosa bianca ( si pensa che fosse la rosa “canina”). Nella saga di queste due famiglie esiste anche la rosa “damascena”, con fiori rossi striati di bianco; si può ritenere che sia stata creata al tempo della riconciliazione tra le due casate rivali avvenuta col matrimonio tra Henry(VII Tudor) erede dei Lancaster da parte della madre ed Elizabeth di York nel 1486.

La rosa come simbolo della Cristianità II

250px-Golden_Rose_MNMA_Cl2351_n1Col passare del tempo, la rosa ha assunto un significato e un uso particolare nell’ambito della Cristianità: le sue spine, oltre al colore rosso dei petali, ricordano la passione di Cristo e il sangue versato dai Martiri mentre le varietà dal colore bianco la  rendevano consacrata alla Madonna.
Il rosario stesso, quello che si usa per pregare, in origine era formato, se non da vere e proprie rose, da foglie di rosa pressate a cui si dava forma rotonda e legate in modo da costituire una catena che era benedetta prima dell’uso.
Anche i Mussulmani hanno adottato un rosario composto da 108 grani, mentre i Buddisti ne usano uno di 99 pezzi spesso neri o, in qualche caso, di pietre preziose o perle.
Ulteriore testimonianza dell’alto valore simbolico della rosa è il fatto che papa Leone IX, nel 1049, istituì l’onorificenza della “Rosa d’Oro“. Questo papa voleva sottoporre al potere della S.Sede il monastero di S. Croce in Alsazia di cui era patrono perché fondato dai suoi avi; in seguito a un concordato, il monastero si obbligò a mandare ogni anno a lui e ai suoi successori, nella 4°domenica di Quaresima, una rosa d’oro. Essa era benedetta dal papa poco prima di Pasqua e donata a quel sovrano o a quella città che l’ avesse meritata per aver difeso la Chiesa. Dal Concilio “Vaticano II” in poi questa onorificenza viene regalata ai santuari dedicati alla Madonna.